«THE EQUATORIAL STARS - Brian Eno» la recensione di Rockol

Brian Eno - THE EQUATORIAL STARS - la recensione

Recensione del 28 apr 2005 a cura di Franco Zanetti

La recensione

E’ stato Mario Luzzatto Fegiz, molti anni fa sul “Corriere”, ad applicare l’espressione “nobilmente tedioso” a un disco. Mi veniva in mente – l’espressione, dico, non il collega Fegiz – ascoltando questo Cd, terzo volume della collaborazione fra Robert Fripp e Brian Eno inaugurata nel 1973 con “No pussyfooting” e proseguita nel 1975 da “Evening star”. Con questo non sto esprimendo un giudizio sull’album: sto solo anticipando un concetto generale, e cioè che questo disco è indubitabilmente destinato a una nicchia di ascoltatori, e che la decisione di metterlo sul mercato (era disponibile da qualche mese sui siti dei due artisti per l’acquisto per corrispondenza) è coraggiosa e merita attenzione e rispetto.
So che adesso vi aspettate, se mi conoscete un po’, che vi racconti com’ero vestito e con chi ero fidanzato quando ho acquistato il 33 giri di “No pussyfooting”. Bene: vi deluderò. Non vi racconterò nemmeno di quando ascoltavo il lato B di quel vinile, “Swastika girls”, con il cambiadischi automatico, in maniera da ripetere automaticamente il passaggio della puntina sui solchi più e più e più volte (non usavo il disco come sottofondo per l’assunzione di stupefacenti: mi conciliava tranquille pennichelle della domenica pomeriggio).
Magari però colgo l’occasione per un rapido discorsetto su Brian Eno: uomo affascinante, colto, spiritoso, che ammiro molto e che considero una mente lucidissima. Così lucida che a volte ho la sensazione che spesso ci prenda, amabilmente, per il culo. In effetti, il simpatico soi disant non-musicista si è costruito una reputazione così solida (e così meritata, s’intende) che ho la sensazione che potrebbe mettere su disco qualsiasi cosa, dal ronzio del suo rasoio elettrico alle vibrazioni del suo forno a microonde, applicarci dei titoli evocativi/suggestivi/letterari e ricevere recensioni estatiche. Basta leggere come racconta la genesi di questo disco (http://www.enoshop.co.uk/index.php?product_id=21): meravigliosamente snob, elegantissimamente sfottente, uno che racconta balle con l’aria di chi dice il vero (o che dice il vero con l’aria di raccontare balle, meglio ancora!).
Di tutt’altra pasta è fatto Robert Fripp: uno che non sorride mai, che si prende sempre terribilmente (eccessivamente, anche) sul serio, uno che ha l’aria del primo della classe secchione che non lascia copiare i compiti e ne sa sempre di più dei professori. La collaborazione fra i due è fatta, probabilmente, di rispetto e reciproco riconoscimento delle differenze di pensiero; ed è bello scoprire che, a distanza di trent’anni dalla loro precedente avventura comune, hanno ritrovato la voglia di rientrare insieme in studio.
Il risultato: cinquanta minuti, sette “canzoni” di chitarra trattata elettronicamente, roba rarefatta e sognante e ipnotica (oppure: roba insulsa e noiosa e ripetitiva, dipende dai vostri gusti), che personalmente considero l’ideale wallpaper per qualsiasi attività non manuale: è fine, non impegna troppo (nel senso che puoi “sentirla” senza obbligatoriamente “ascoltarla”), e ti fa anche sentire più intelligente di quelli che ascoltano le compilation di chill out. Ecco, mettiamola così: Fripp & Eno fanno chill out music per intellettuali. In questo senso, ha ragione l’astuto comunicato stampa che accompagna il disco: “Fripp & Eno ridefiniscono un’area musicale che loro stessi, e per primi, hanno contribuito a far conoscere al grande pubblico; la differenza è che, rispetto ai tempi di ‘No pussyfooting’, oggi c’è un pubblico attento e preparato”. Così ci fotte: perché se esprimiamo perplessità sul fatto che ci sia “una cura evidente nella costruzione e nella presentazione di ognuna delle tracce del disco” (e dire che a me sembravano belle proprio in quanto credevo fossero frutto di improvvisazione!), ecco che facciamo la figura di quelli che ascoltano i dischi di Kylie Minogue – o peggio.
Vabbé, sapete che vi dico? Per Brian Eno, io continuo a preferire quello dei primi Roxy Music e dei primi due dischi di canzoni, per Robert Fripp continuo a preferire quello dei primi quattro dischi dei King Crimson (compreso il tanto bistrattato “Islands”, sì, e allora?) e i due dischi con Andy Summers dei Police (“I advance masked” e “Bewitched”, rispettivamente 1982 e 1984 – mai sentiti? peccato!), e dei due insieme rimpiango non tanto la musica dei primi due dischi, ma i titoli dei brani di quei primi due dischi (“Heavenly music corporation”, “Swastika girls” appunto, “Wind on water”, “Evening star”, “Evensong”, “Wind on wind”, “Index of metals”), assai più magici dei titoli di questo disco – che sono i nomi di stelle del cielo equatoriale: sapevate che “Altair” significa “colei che vola”, e “Tarazed” significa “falco che preda”?. Per quanto riguarda la musica, la gradisco abbastanza, grazie (ehi: nella sesta traccia c’è persino un accenno di ritmo!). Però ci sono momenti in cui trovo più divertente ascoltare Kylie Minogue. Anzi: guardarla e ascoltarla in DVD.

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