«FISHERMAN'S WOMAN - Emiliana Torrini» la recensione di Rockol

Emiliana Torrini - FISHERMAN'S WOMAN - la recensione

Recensione del 04 mar 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

Raro: una ragazza di quelle di cui potresti innamorarti a prima vista. Di quelle che non si dimenticano, neanche se sono uscite con te una volta sola. Metà italiana, metà islandese, Emiliana Torrini, due soli album in cinque anni, sfacciatamente fuori da ogni schema possibile.
In mezzo – tra il fulminante esordio di “Love in the time of science” e l’atteso secondo album, appena uscito - ci ha messo una comparsata nel cast di "Lord of the Rings" (di qualcosa si deve pur vivere) e un tormentone nato per gioco e “regalato” a Kylie Minogue: “Slow”, roba da numero uno in classifica. “Ma poi,” ha spiegato lei, “Sentivo di dover tornare alle origini”. E’ nato così “Fisherman’s woman”, 12 canzoni che scavano coraggiose alla radice del suono, roba che sta in piedi praticamente da sola – voce chitarra e poco altro. Ad arricchire l’impianto sonoro, rumori di sottofondo – lo scricchiolìo di una barca, l’eco di un porto – piuttosto che nuovi strumenti e tappeti elettronici.
Il genere: ascoltandolo vengono in mente Joni Mitchell, Nick Drake, Elliott Smith, e nessuno dei paragoni è azzardato. La sensazione dominante: malinconia, appena incrinata da una vena ottimistica che resta attaccata a Emiliana, crediamo, per via della giovane età più che per un’inclinazione caratteriale. Del resto lei, impietosa, di sé dice “Ungraceful as I am in loving/In leaving I’m the same”, e poi “I drink too much and smoke too fast”; al di sopra di ogni sospetto, già nel ’99 cantava di essere tristemente “Unemployed in summertime”.
Nulla di questo è una posa, almeno, non sembra. Emiliana canta da addolorata, e strugge con le sue storie nostalgiche, di amore perduto (“At least it was”), del tentativo di ritrovarlo “Sunny road” e delle fantasie che tutto, finalmente, vada bene (“Fisherman’s woman”). Speranza vana: alla fine il banco vince, il cuore perde, ma lei fa spallucce e continua a collaborare con colleghi stimati (Bill Callahan degli Smog, che ha scritto per lei “Honeymoon child”, non a caso vagamente disomogenea rispetto al resto dei brani). E continua a esercitare il suo genio e a stregare con la sua voce; libera finché le va e finché può. Senza rinunciare alle sue immagini esagerate, nude e vere (“The blackest coffee you will ever see”). Tutte cose che – ci auguriamo ancora per molto – fanno di lei una dei pochi artisti puri al mondo. E rendono il suo album difficile da recensire, perché assorbe e spazza via i pensieri, e se non ti proteggi distrugge. Come la fine di un amore.

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