Che intuizione, rifarsi al gruppo più fortunato della storia, eh? Tutt’altro, perché certe melodie, certe orchestrazioni sono talmente sedimentate nell’immaginario collettivo che è impossibile riprodurle e sperare di passarla liscia, a meno di non essere dei geni o dei grandi paraculi.
Gli Oasis appartengono a quest’ultima categoria, sicuro (lo diciamo con tutto l’affetto possibile, a scanso di equivoci). Gli XTC alla prima, e infatti non hanno avuto successo. I Tears For Fears a entrambi.
Per chi è cresciuto musicalmente negli anni ’80, le loro “Shout” , “Everybody wants to rule the world” e “Sowing the seeds of love” occupano un posto speciale. Sapere che si sono riformati è un pò come rivedere i Duran Duran. Un colpo al cuore. Sapere poi che hanno sfornato un disco beatlesiano fino al midollo, proprio come “Sowing the seeds of love” è un doppio colpo. In realtà la ditta TFF era andata avanti anche dopo quel disco, ma portata avanti dal solo Ronald Orzabal, dopo l’uscita di Curt Smith. Ora come Lennon & McCartney, rieccoli assieme, a ridere dicendo che “Sowing…” era il loro disco lennoniano. Questo “Everybody loves a happy ending” invece il disco influenzato da McCartney.
Scherzi a parte, i Tears For Fears sono piccoli geni, con un senso della melodia ruffiano, in senso buono, e tornano con un disco che conferma la loro bravura sia nello scrivere che nell’orchestrare canzoni. Fin dall’apertura della title track (con i suoi cambi di tempo che sembrano provenire dritti da “A day in the life”) passando per il singolo “Call me mellow” o per (meglio ancora) “Secret world” i Tears For Fears propongono un disco di pop retrò, melodico e orchestrato, ma mai troppo pesante che concilia piacevolezza e bravura.
Certo, poi: la nostalgia è in agguato dietro l’angolo, e in questo caso è doppia: per i Beatles e per gli anni ’80. Ma questo un rischio che si può correre, almeno per questa volta.
(Gianni Sibilla).