«THE DOCUMENTARY - Game» la recensione di Rockol

Game - THE DOCUMENTARY - la recensione

Recensione del 17 feb 2005 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il gangsta rap per un ascoltatore europeo e bianco, innanzitutto.
Tolti gli autentici esperti di hop hop, una nicchia, per gli altri è come un frutto esotico. Da noi entra in classifica per il ritmo, per il groove, a volte solo per un campionamento azzeccato in pieno. Occupa intere pagine web e di carta per quella cronaca nera che nove fusi orari trasformano in leggenda. Fa rumore per la violenza dei testi – anzi, a volte fa folklore. Il gangsta rap, qui, è come un film di genere: raccontano cose vere, credono e fanno veramente quello che dicono ma per noi è come guardare “Boyz in the hood” – cruda, abrasiva ma pur sempre una recita, una narrazione. Compton, in California, è lontana veramente, nonostante la grande marmellata mediatica e multimediale in cui sguazziamo. E’ il luogo da dove, dalla metà degli anni Novanta, i delinquenti assassini si trasformano in star. E c’è una nuova stella in vista, si chiama The Game.
Estate 2004, Dublino. Bono ha in mano un CD con i brani ultimati di “How to dismantle an atomic bomb” e ne fa due copie da mandare agli amici fidati per un parere prima che il disco vada in stampa; una è per Michael Stipe, l’altra è per Dr Dre. Quando, qualche settimana fa, ho ascoltato un paio di pezzi del disco di The Game alla radio, prima che fosse pubblicato in Italia, e ho avuto l’impressione che fosse diverse tacche sopra la media dei migliori degli ultimi dieci anni, immaginarmi quella scena (vera) è stato utile per non considerarlo un frutto esotico.
La personale “West side story” di The Game è divisa in due parti. La prima pecca per mancanza di originalità, in quanto il ragazzo non si distingue affatto dalla massa (non conosce i genitori, spaccia dall’età di dieci anni, lascia il basket in cui primeggia, gli sterminano mezza famiglia, diventa un gangster, gli sparano cinque proiettili e finisce in coma). La seconda inizia con la fine del coma, con la redenzione e con il racconto della storia della sua vita e del suo ambiente in forma di hip hop. Dr Dre ne intercetta un demo e gli fa firmare un contratto con la sua Aftermath Records. Lo co-produce e, come con Eminem e 50 Cent (entrambi ospiti illustri), diventa il padre che Jayceon Taylor (vero nome di The Game) non ha mai avuto. La “redenzione”, in casi come questo, è una specie di terapia: mollo la strada ma, siccome resto uno del ghetto, la strada diventa la mia storia (è una storia di una violenza inaudita); la mia storia diventa il mio rap (e il mio “free style” è notevole); e Dr Dre in persona mi allestisce un ‘dream team’ che manco a Zucchero quando gli finiscono le idee.
Circa venti anni dopo la sensazione causata dai NWA e dieci anni dopo l’arrivo di Snoop Dogg sulla scena, il gangsta rap non può sorprendere più con l’attitudine e le liriche; può conquistare con la qualità e l’originalità. The Game arriva dopo 50 Cent ma, a quanto pare, lo supera a destra: la dose di verismo è massiccia tanto quanto ma, anche se le rime zoppicano parecchio e i testi stanno in piedi spesso con l’aiuto di citazioni di nomi famosi e di armi, la musica è migliore. Con Cent e Dre appicca l’incendio: se “Westside story” e “Higher” danno il senso del documentario, al terzo ascolto sembra già improbabile che l’album non contenga almeno sei o sette singoli da mantra ("Hate it or love it”, “How we do", "Like father like son", “Don’t need your love”, "Where I’m from", "Church for thugs", "Dreams"). The Game propone una sua versione dell’hip hop che non ha nulla a che fare con gli ultimi tre anni di alta classifica e la sua passione per l’hardcore dell’idolo Eazy E lo aiuta di sicuro a confezionare prodotti nuovi; orgogliosamente derivativi, certo, ma con un bel tocco, straordinariamente migliori dello sciroppo melenso che di recente è diventato l’R ‘n’ B.
. Ora la West Coast è di nuovo importante sulla mappa del rap.”The documentary” è prodotto da Dre, Eminem, Kanye West, Timbaland e Jus Blaze; gli ospiti sono Eminem, 50 Cent, Mary J. Blige, Nate Dogg, G Unit’s Tony Yayo, Busta Rhymes, Faith Evans.
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