«I'M WIDE AWAKE IT'S MORNING - Bright Eyes» la recensione di Rockol

Bright Eyes - I'M WIDE AWAKE IT'S MORNING - la recensione

Recensione del 08 feb 2005

La recensione

La storia della musica americana è piena zeppa di ragazzini talentuosi, capaci di scrivere e pubblicare a raffica, ad altissimi standard di qualità. L’ultimo della lista è Ryan Adams, terribile enfant prodige capace di stupire e disorientare tutti, con il suo rock ‘n’ roll e la sua iperproduttività.
Sarebbe meglio dire “L’ultimo della lista era….”, perché adesso c’è Conor Oberst, mente dei Bright Eyes (che sono di fatto una one man band). Classe 1980, attivo discograficamente dall’età di 14 anni, Oberst ha pubblicato una bella sequela di dischi da quando usa questo pseudonimo. La sua ascesa si sta facendo irresistibile da quando ha aperto i concerti del “Vote for change”, facendo da spalla a (nientemeno) R.E.M. e Bruce Springsteen.
Da un tipo del genere è lecito aspettarsi di tutto, compreso due dischi pubblicati in contemporanea, mossa solitamente riservata a nomi con una certa esperienza (Bruce Springsteen, Tom Waits, Guns ‘n’ Roses sono i primi che vengono in mente).
“I'm wide awake, it's morning” e “Digital ash in a digital urn” sono due dischi speculari, bellissimi e talentuosi. Forse non geniali (nel senso che non sono particolarmente innovativi), ma assolutamente consigliabili. Il primo è un disco di ballate semiacustiche, il secondo un disco di pop-rock elettronico.
Nel primo disco si sente tutta la tradizione cantautorale americana (e, infatti, è ospite un’icona come Emmylou Harris). Dal folk di “Old soul song” al Dylan-esco di “Train under water”, non c’è che dire: Oberst ha masticato le radici giuste, le ha sapute assimilare e rielaborare in canzoni personali e assai ben scritte.
“Digital ash in a digital urn” è invece, almeno apparentemente, un disco assai più imprevedibile stralunato, con i suoi suoni elettronici e un po’ retrò, che ricordano la new wave inglese (New Order e giù di lì), mischiate come con una sensibilità pop rock tipicamente americana (tipo “Arc of time”, per intenderci). La base, tutto sommato, rimane un songwriting molto tradizionale, semmai nascosto sotto suoni meno tradizionali. In entrambi i casi, svetta la bella voce di Oberts, potente e fragile contemporaneamente.
L’opinione di chi scrive è che personaggi iperprolifici come Conor Oberst rischino facilmente di confondere l’ascoltatore con le loro incontenibile vena creativa. A me è successo con Prince, con lo stesso Ryan Adams: mi sarebbe piaciuto che questi personaggi sapessero fare delle scelte, e li ho apprezzatti quando hanno pubblicato meno roba, con più oculatezza. Forse mi capiterà lo stesso con Bright Eyes, forse capiterà anche a voi fare fatica ad orientarsi nel suo mondo. Sta di fatto che questi due dischi sono comunque un’ottima scelta, un buon punto di partenza: la dimostrazione di un talento fuori dal comune. Speriamo solo che non si disperda in futuro.

(Gianni Sibilla)

I'M WIDE AWAKE, IT'S MORNING.
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