«HOME AGAIN - Jimmy Somerville» la recensione di Rockol

Jimmy Somerville - HOME AGAIN - la recensione

Recensione del 20 gen 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

La voce è quella che è. Meravigliosa e inconfondibile, con quei falsetti che mettono nostalgia addosso anche a chi negli anni Ottanta non era nato. E lui: che personaggio. A uno che ha fondato ben due band destinate a rimanere per sempre nella storia del pop – Bronski Beat e poi Communards – si deve come minimo rispetto. Anche se forse Jimmy Somerville è sempre stato meglio in gruppo che da solo. Enigmatico ma sempre coraggioso, punto di riferimento importante e icona gay per tutti gli anni Ottanta e molto oltre, nella carriera solista Somerville si è – come dirlo altrimenti – risparmiato un po’: quattro album in quindici anni non si può dire che siano tanti, e le sue cose migliori restano, nel cuore di tutti, certe cover come “You make me feel (mighty real)” o “Don’t leave me this way”. Imitazioni inimitabili.
Poi, oggi, questo. Il titolo è pieno di significato: “Home again”, finalmente a casa. Di nuovo. E infatti l’album è un po’ un ritorno alla vecchia formula di vent’anni fa, perfetta per tutto il pubblico amante della musica dance e del pop. Con qualche rivisitazione: qui spuntano sonorità chill-out ed elettronica, tutto ben mixato, ben cantato, ben ritmato. E certi pezzi, come “Could it be love” (che apre l’album) sono di una limpidezza che stordisce. Però ascoltato tutto di fila il cd ricorda molto, troppo, gli anni Ottanta. E qua e là ci si annoia. L’interprete – lui – è sempre straordinario, il problema è che non tutte le canzoni sono convincenti. Specie in brani come “Come on” o “But not tonight” che suonano davvero un po’ sorpassati. Però non gli si può non voler bene, a Somerville, non lo si può non stimare per l’uso che fa della voce (nella stessa “But not tonight”, per esempio, o in “Amnesia”), e se qualcuno gli scrivesse i pezzi giusti lui sarebbe davvero un numero uno. Sorpresa, sorpresa: il vecchio volpone, a far cover, comunque non rinuncia. Qui c’è quella di “Ain’t no mountain high enough” (già interpretata, tra gli altri, da Marvin Gaye e Diana Ross). Che, guarda caso, è uno dei momenti più alti del disco.

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