«A GRAND DON'T COME FOR FREE - Streets» la recensione di Rockol

Streets - A GRAND DON'T COME FOR FREE - la recensione

Recensione del 12 gen 2005

La recensione

Il senso comune dice che gli inglesi non ci sanno fare con il rap. Da quando gli sproloqui in rima sono entrati di prepotenza nello scenario pop, non si sono registrati grandi exploit britannici nel settore. Adesso però ci sono un paio di nomi in grado di ribaltare la situazione: uno è Dizzee Rascal, l’altro è Mike Skinner, alias The Streets. Entrambi prendono qualcosa dello stile hip hop e lo piegano alle proprie necessità senza fotocopiare suoni, temi e atteggiamenti dei neri americani. Da questo punto di vista, “A grand don’t come for free” è un trionfo. Skinner rappa con pesante accento inglese e senza acrobazie ritmiche o verbali, le sue basi utilizzano l’approccio “copia e incolla” dell’hip hop ma sono tagliate sui suoni garage e 2 step diffusi nei club e nelle radio pirata inglesi. Per giunta, Skinner resuscita l’idea dell’album a tema, seguendo un filo narrativo continuo dal primo all’ultimo brano. La storia è una specie di odissea minima in cui il goffo protagonista perde 1.000 sterline (il “grand” del titolo), resta impegolato in una serie di sfighe comuni, trova e perde una fidanzata, riflette sull’amicizia. Materiale potenzialmente banale e noiosissimo, che invece regge alla perfezione: Skinner racconta con la giusta dose di umorismo, sceglie molto bene le scarne basi su cui appoggiare i suoi testi e azzecca una bella serie di pezzi sopra la media: “It was supposed to be so easy”, dove il riff di fiati ha una solennità da colonna sonora che contrasta piacevolmente con il ritornello cantilenante, “Dry your eyes”, una ballata da cuore spezzato, “Fit but you know it”, che sembra un aggiornamento di “Parklife” dei Blur. Aggiungiamo all’elenco “Could well be in” e “Blinded by the lights” (malinconico resoconto di una serataccia fra sballo e paranoia da solitudine) e il risultato è un album bello e originale: in giro non c’è praticamente niente che suoni in modo simile a The Streets.
Sulla stampa sono fioccati i paragoni con Ray Davies dei Kinks per la capacità di descrivere quadretti di vita quotidiana inglese, e in effetti qualche similitudine c’è, considerate le differenze generazionali. Per Skinner c’è il rischio di venire bollato come “troppo inglese”, espressione di un momento e di un luogo troppo specifico per poter fermare l’attenzione del resto del mondo. Un’altra somiglianza, visto che è capitato a suo tempo anche ai Kinks. br>
(Paolo Giovanazzi)

TRACKLIST

01. It was supposed to be so easy
02. Could well be in
03. Not addicted
04. Blinded by the lights
05. Wouldn’t have it any other way
06. Get out of my house
07. Fit but you know it
08. Such a twat
09. What is he thinking?
10. Dry your eyes
11. Empty cans
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