«MILANO 3-6-2005 - Enzo Jannacci» la recensione di Rockol

Enzo Jannacci - MILANO 3-6-2005 - la recensione

Recensione del 03 dic 2004 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Nel 1964 avevo undici anni. Non compravo ancora dischi. Quindi non so quando posso aver acquistato i tre LP che Enzo Jannacci pubblicò con la Joker nel 1964, 1965 e 1966. Probabilmente li avrò comprati alla Standa di Piazza Vittoria a Brescia, dove c’era un buon assortimento di dischi economici (i long playing della Joker costavano mille lire, in un’epoca in cui gli album andavano sulle tremilacinquecento lire). Del resto, Jannacci l’avevo incontrato, come molti, grazie a “El purtava i scarp del tenis”: una canzone dall’andamento vivace ma drammaticissima, una storia di emarginazione metropolitana dal finale tragico che mi raccontava di una Milano di periferia (l’Aeroporto Forlanini, l’Idroscalo...) che allora non pensavo certo avrei conosciuto molto bene negli anni a venire. Ma forse quei tre dischi li avrò comprati dopo che Jannacci, nel 1968, ottenne il primo grande successo popolare con “Vengo anch’io? No, tu no”, un 45 giri RCA che ancora conservo.
Comunque. Quei tre dischi, ascoltati e riascoltati e riascoltati su una fonovaligia di “Selezione del Reader’s Digest”, e che quindi ora sono tutto un graffio e una riga e un fruscìo (per le moltissime volte che sono girati sul piatto), furono una scoperta, una folgorazione: c’era una città vicina alla mia che non conoscevo, una città in cui si parlava un dialetto che assomigliava abbastanza al mio, una città in cui un signore che si era laureato in medicina scriveva e cantava canzoni struggenti e meravigliose, pezzi di vita di gente qualsiasi, con una voce che mi metteva i brividi, con parole che mi commuovevano e mi facevano ridere. Quei tre dischi, che ancora possiedo e che conservo gelosamente, sono stati sicuramente un passaggio fondamentale nella mia educazione alla canzone diciamo così d’autore, ma anche alla canzone popolare. “La Milano di Enzo Jannacci”, 1964; “Enzo Jannacci in teatro”, 1965; “Sei minuti all’alba”, 1966. Tre album fondamentali, epocali, registrati come si poteva allora (uno, il secondo, è addirittura dal vivo: si apre con quel manifesto, con quella dichiarazione d’intenti che è “Ohé, sun chi”: autobiografica benché romanzata, storia di un bambino del Sud che arriva a Milano pronto a conquistarla, questa città che “ha dentro gli occhi da quaand’era bambino, vista dal tram, attaccato al respingente” – vi faccio la traduzione dal milanese – e che “proprio così ce la vuole cantare”).
Quando Toni Verona, patron di Ala Bianca, mi ha raccontato, qualche mese fa, che Enzo Jannacci stava preparando un disco in milanese, e che stava reincidendo quelle canzoni che da ragazzo avevo tanto amato, ne sono stato felice ma preoccupato: temevo di non ritrovare, in una rilettura di quarant’anni dopo, le stesse emozioni violente che mi avevano regalato quei vinili della Joker. E invece.
Invece questo che sta dentro nel Cd “Milano, 3.6.2005” che sto ascoltando è proprio lo stesso Jannacci che ha contribuito a cambiare la mia vita, ben più di trent’anni fa. Quello che scopre che insieme agli anni va via anche l’amore (“Chissà se è vero”); quello che canta l’attesa della fucilazione di un ribelle della resistenza (“Sei minuti all’alba”); che s’immedesima nella goffaggine di un uomo solo in una balera (“Per un basin”); che racconta la rabbia di un operaio che ha perso la donna e soprattutto diecimila lire (“Disse: ‘vorrei un krapfen, non ho moneta’, ‘Pronti!’, le ha dato un deca e non l’ha vista più”). Quello che mette in scena personaggi della piccola malavita milanese con allegra ironia (“T’ho compràa i calzett de seda”) e con la disperazione della pietà (“M’hann ciamà”); che offre della consumatissima “Ma mi” la migliore delle interpretazioni mai sentite; che (su testo del compianto Sandro Ciotti) rievoca i primi rapporti sessuali in situazioni di precario equilibrio - “in pé” - con l’indimenticabile primo amore di tutta via Canonica (“Veronica”); che nella struggente “Ti te sé no” canta l’amore più bello, quello che ti fa sentire ricco anche se non hai un soldo; che sfiora il teatro dell’assurdo con “La Balilla” (un modo per ricordare senza retorica l’amico e collega degli esordi Giorgio Gaber); che spiega come meglio non si potrebbe l’imbarazzo nel dover chiedere un favore a un amico (“E l’era tardi”: anche Mina ne ha dato, in coppia con Enzo, una versione folgorante nel recente “In duo”); che strazia narrando la solitudine di un soldato al fronte (“Sensa de ti”).
In questo disco nuovo e senza tempo, in cui gli accompagnamenti jazz di Paolino Jannacci sono discretamente messi al servizio dell’interpretazione – verrebbe quasi da scrivere “della recitazione” – del padre, ci sono anche una nuova, teatralissima versione di “El purtava i scarp del tenis” (oltre dieci minuti) e due canzoni che non appartengono al periodo 1964/1966: l’iniziale “El me indiriss” (ripresa da “Quelli che...”, 1975) e la conclusiva “Ti luna” (che già figurava nel recente “Come gli aeroplani”). Mancano molte delle canzoni che avrei voluto che ci fossero: “Quella cosa in Lombardia”, “Sopra i vetri”, “Aveva un taxi nero”, “Niente”, l’indimenticabile “Sfiorisci bel fiore”, l’immensa “Soldato Nencini”, “E io ho visto un uomo”, “Faceva il palo”, “Dona che te durmivet”, “E savè”... Andrò a riascoltarle dai miei vecchi vinili, in attesa che la Joker li ristampi in Cd (stava per farlo, e con garbo d’altri tempi ha deciso di rinviare la ristampa per non interferire con la pubblicazione di questo disco). Ma se Enzo e Paolino decidessero di registrare un “Milano, 3.6.2005 – parte 2”, non sarebbe una bella idea?
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