«HOW TO DISMANTLE AN ATOMIC BOMB - U2» la recensione di Rockol

U2 - HOW TO DISMANTLE AN ATOMIC BOMB - la recensione

Recensione del 08 nov 2004

La recensione

Il nuovo disco degli U2 è in primo luogo un regalo ai propri fans: dopo la parentesi interlocutoria di “All that you can’t leave behind” – album nel quale gli U2 cercarono di recuperare la sbornia mediatico-musicale durata quasi un decennio e culminata nel bigger than life del “Popmart tour” – “How to dismantle an atomic bomb” sembra essere nato per centrare un solo obiettivo: quello di (tornare a) scrivere grandi canzoni alla U2, laddove l’obiettivo del suo infelice predecessore era stato quello di scrivere canzoni ispirate ai classici con cui gli U2 erano cresciuti.
Uno, dos, tres, catorce…Chi ha ascoltato “Vertigo” una decina di volte alla radio, deve essersi surriscaldato. Corroborato poi dalle dichiarazioni rilasciate da Bono alla stampa straniera, deve essersi convinto che questo era finalmente il “rock and roll album” che la band aveva in canna da tempo e esitava a sparare fuori. Il primo singolo, infatti, riecheggia in pieno l’epica e il suono di “Gloria” con quei suoi riff che sono quanto di più crudo Edge abbia messo su disco dopo avere compiuto venticinque anni e prima che il suo tappeto sonoro diventasse un marchio di fabbrica inconfondibile. Ma, anche se non si sa bene come dovrebbe suonare un album per essere “quell’album” degli U2 (come “War”? Come “Rattle and hum”?), forse non è questo il caso. Qui, piuttosto, sembra di ascoltare Steve Lillywhite spiegare come avrebbe fatto “The Joshua tree” se fosse toccato a lui. E il lavoro del produttore ci convince, perché ha aiutato il gruppo a stendere grande musica da suonare dal vivo, a capire che oggi i classici del rock possono essere proprio i primi album degli U2, ad effettuare un’operazione di citazione continua senza provocare imbarazzi, ad accantonare gli anni 90. Tutto questo Lillywhite lo ha fatto conscio della materia prima disponibile nel 2004: un Bono tecnicamente molto più esperto ma meno potente, un Mullen sempre affidabile ma volutamente in secondo piano al cospetto di un Clayton in eccellente forma, un Edge la cui chitarra è la chiave del CD.
I pezzi, undici, sono quasi tutti all’altezza. C’è un tessuto omogeneo, ma anche qualche strappo gradito. “Love and peace or else” è uno di quelli: al pari del primo singolo è piacevolmente fuori contesto rispetto al resto, con il suo basso che rievoca “Walking on the moon" dei Police, con il suo crescendo che pare perfetto per una jam session da 20 minuti, con la sua struttura sonora grezza, con quella voce sgolata e valorizzata dalla sezione ritmica e da una chitarra insolitamente più in disparte. In “HTDAAB” appena ti lasci andare (o appena ti distrai) lo spettro di “With or without you” riemerge e ti accorgi che è un po’ ovunque perché, per chi segue gli U2 da anni, è eponimo della qualità e della grandezza del gruppo. Succede ascoltando “Miracle drug”, che forse involontariamente cita Smashing Pumpkins e Cure; succede ascoltando “One step closer”, che potrebbe essere cantata dal Boss; succede anche in un brano che non ci piace, “City of blinding lights” (che, insieme a “Crumbs from your table”, rappresenta nell’economia dell’album quel tocco di cattivo gusto che non guasta…). La canzone più energetica arriva con “All because of you”, che sembra uscita dal CGBG’s di New York alla fine degli anni 70, mentre azzarderemmo l’ipotesi che “Yahweh” possa essere uno dei prossimi singoli, con il suo attacco perfetto; e se “Original of the species”, con tanto di orchestra, è particolarmente beatlesiana, “A man and a woman” suona un po’ come i Kings Of Convenience.
Insomma, con “HTDAAB” gli U2 richiamano se stessi in prima linea, e decidono di ripartire dalle loro stesse canzoni, dal loro stesso suono. In questo senso l’album è al tempo stesso un regalo ai fans e una nuova chance che gli U2 danno a se stessi: non guardano più il proprio passato come un fardello ingombrante ma con la consapevolezza che oggi, nel 2004, guardare ai classici del rock può significare anche guardare a se stessi. E così il loro nuovo disco, lungi dall’essere un disco nuovo, riesce nell’impresa di evocare gli U2 dei loro heydays, quelli che hanno fatto innamorare il mondo della grandezza della loro musica. Il sentimento, l’affetto, la gioia di averli ritrovati più vicini di quanto ce li aspettassimo, fanno il resto, e danno a questo disco la parvenza di un ritorno a casa che in tanti, da tanto tempo, aspettavano.

Tracklist:
“Vertigo”
“Miracle drug”
“Sometimes you can’t make it on your own”
“Love and peace or else”
“City of blinding lights”
“All because of you”
“A man and a woman”
“Crumbs from your table”
“One step closer”
“Original of the species”
“Yahweh”

(L. Bernini / G. Di Carlo)
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