«REMIXES '81 - '04 - Depeche Mode» la recensione di Rockol

Depeche Mode - REMIXES '81 - '04 - la recensione

Recensione del 19 nov 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Sui “Remix” si potrebbe scrivere un trattato, non solo farne un disco e recensirlo. Perché la rielaborazione di un testo, di una canzone è una pratica che evoca fantasmi culturali importanti. Su tutti un’idea chiave di quegli anni che i sociologi hanno chiamato “postmoderni”: l’idea che tutto si ricicla, che tutto è già stato detto, e che la cultura contemporanea non fa altro che riscrivere qualcosa di già esistente.
Forse non è il caso di partire da così lontano per parlare di un disco come questo, che raccoglie i remix di una delle band più attive in questo particolare settore della produzione musicale degli utimi 25 anni. Però è vero 1) che la “pratica” del remix è un po’ l’estremizzazione di questa idea del “rimescolamento” culturale; 2)che se ci sono dei musicisti che l’hanno percorsa con decisione e innovazione, sono proprio i Depeche Mode, travalicando generi e preconcetti.
E’ facile parlare oggi di remix, oggi che è un genere consolidato e che anche i gruppi rock più “duri e puri” ci si sono confrontati. Se c’è una cosa che questo disco dimostra è che i Depeche Mode sono stati tra i primi gruppi a credere fermamente nel remix, prima confinato ai DJ e ai discotecari. Però.
Però questo disco suscita reazioni contraddittorie, così come il remix tout court. Per quanto concettualmente stimolante, il remix è spesso inutile. Le 12 tracce della versione singola di questo cd (che esce anche in una tripla) lo dimostrano ampiamente. Ci sono remix che sono semplice estensioni della canzone, senza particolari idee, come l’ iniziale rielaborazione di “Never let me down again”. Altri che la canzone la decostruiscono fino all’irriconoscibilità, come quello di “In your room” ad opera di Johnny Dollar con i Portishead. E’ sicuramente meglio quest’ultima opzione, ma l’opinione di chi scrive è che i remix più riusciti siano quelli che, stando nel mezzo, riescano ad esprime la personalità del remixer senza tradire le origini del brano. Qua in mezzo riesce agli Underworld di “Barrel of a gun”, agli Air di “Home” e ai Goldfrapp di “Halo”: non a caso sono tutti nomi affermati anche come produttori di musica propria.
Paradossalmente, il pezzo più bello di questo disco è anche l’unico che vede i Depeche remixare se stessi: “Enjoy the silence”, reinterpretato (le note dicono proprio “reinterpreted”) con l’aiuto di Mike Shinola in chiave più rock, ma perfettamente riconoscibile.
“Remixes ’81-04” è un disco perfetto per capire pregi e limiti di questo genere: comunque stimolante, talvolta una inutile masturbazione mentale, altre volte ancora una interessante e piacevole riscrittura. Comunque e sempre mai migliore degli originali: da lì bisogna partire, se si vuole capire i Depeche Mode, e questo disco.

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