«LOVE SONGS FOR PATRIOTS - American Music Club» la recensione di Rockol

American Music Club - LOVE SONGS FOR PATRIOTS - la recensione

Recensione del 17 ott 2004

La recensione

Chissà che musica farebbe uno come Mark Eitzel, se invece di rimirare le vele al vento e la baia luminosa di San Francisco se ne stesse affacciato su qualche squallido “slum” di periferia di una qualunque metropoli industriale del mondo (e magari è proprio così, dalla sua finestra si vede la parte peggiore della città: anche la perla della California, del resto, ha i suoi bei gironi infernali…). Non è neppure detto che il posto “orribile” dipinto in “Myopic books”, con quelle librerie alternative dove si ascoltano in sottofondo i Dinosaur Jr. e i commessi sono magrissimi e tutt’altro che amichevoli sia la città del Golden Gate, ma tant’è: per Eitzel malinconia, depressione latente e quieta disperazione fanno parte della geografia umana di ogni latitudine, e non basta il ritorno in scena degli American Music Club al gran completo, dopo dieci anni di separazione, a fargli cambiare idea e stato d’animo. Il pezzo citato è quasi paradigmatico e dimostra che il leader, pur tornando a cantar elettrico con il contorno di una rock band coi fiocchi, non ha messo da parte le lezioni del suo lungo apprendistato da cantautore solista: una melodia fragile e ipnotica di stampo impressionista, che sgocciola cadenzata e insistente come una pioggia sottile. Bella, molto bella. E struggente.
Le recensioni delle maggiori riviste internazionali (disco del mese per “Uncut” di ottobre, a proposito) hanno ineluttabilmente rimesso in luce le sue parentele musicali, da quelle più evidenti (Nick Drake, Nick Cave) a quelle meno scontate (Paddy MacAloon). Del Nick australiano Eitzel non ha il furore sacro e la violenza repressa, ma ne condivide la lingua aspra ed articolata e la capacità di svariare da un timbro enfatico-sardonico-drammatico a una dolcezza selvatica e incontaminata: lo ricorda davvero tanto in “Patriot’s heart”, desolante e a suo modo divertente ritratto di uno spogliarellista gay incorniciato da una ballata pianistica avvincente e a tinte forti. Le romanticherie e gli eterei ghirigori vocali del crooner dei Prefab Sprout tornano alla memoria, invece, ascoltando “Only love can set you free”, delicatezza melodica in un color pastello autunnale che vernicia anche titoli come “Love is” (l’altra faccia dell’amore: malinconica, pigra, umbratile), l’esplicita “Job to do” e “Song of the rats leaving the sinking ship” (un piccolo manuale di sopravvivenza?).
E gli American Music Club? I ritmi di Dan Pearson e Tim Mooney, il piano del neo entrato Marc Capelle e le belle chitarre di Vudi sporcano di rumorismo e dissonanze il noise-jazz-lounge di “Ladies and gentlemen” che apre, su toni declamatori e rabbiosi, la raccolta; graffiano la tela delicata di “Another morning”, ballata squisitamente drakiana nell’arpeggio di chitarra acustica, e spingono “Home” sui binari di un bel riff memore di certe cose degli XTC; mentre una piccola sinfonia cacofonica chiude le danze su “The devil needs you”, insolitamente prolungata oltre i sette minuti di durata. Ma è sempre e comunque Eitzel a rubare la scena: inequivocabilmente sue sono le figure dell’uomo che sa leggere nel pensiero (“Mantovani the mind reader”) e le amare metafore politiche di “Minstrel show” (Mark è uno dei tanti ad essere infuriati con il presidente Bush), elegantemente servita su un bel tappeto ritmico; e non manca la consueta “drinking song” (autoterapeutica, immagino) nelle sembianze di “Your horseshoe wreath will bloom”.
Prevale ancora il suo mood riflessivo, introverso e melodico sull’energia elettrica del gruppo, insomma. Ma va bene così, pochi americani d’oggi vantano quella finezza di linguaggio, quella capacità di navigare tra le pieghe più dolorose dell’anima e quel senso di feroce autoironia: sarà anche per quello che in Europa lo capiamo meglio che a casa sua, forse, tanto che il disco è uscito dalle nostre parti con un mese di anticipo sulla pubblicazione americana. Merita pieno diritto d’asilo, questo patriota dal cuore sanguinante.

(Alfredo Marziano)
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