«BEFORE THE POISON - Marianne Faithfull» la recensione di Rockol

Marianne Faithfull - BEFORE THE POISON - la recensione

Recensione del 29 ott 2004

La recensione

Se c’è una storia rock ‘n’ roll è quella di Marianne Faithfull. Fu una sorta di “groupie” dei Rolling Stones (ebbe storie con tre di loro, poi scelse Jagger), grazie a loro iniziò la carriera di cantante; fu coinvolta in uno dei più grandi “incidenti” della carriera del gruppo (una retata a casa di Richards, dove venne trovata nuda nel corso di un party a base di droghe varie). Tentò di ammazzarsi. Risorse dopo varie dipendenze da droga, riniziando a cantare, alla fine degli anni ‘70.
Insomma, bella e maledetta, terribilmente maledetta. Vederla in compagnia di Nick Cave e PJ Harvey, che sono i più maudit dei rocker contemporanei sembra quasi logico. Questo è “Before the poison”: un disco, di fattom a quattro mani con Nick e Polly, che firmano 8 canzoni su dieci (rispettivamente 3 e 5). Le altre due portano il nome di Jon Brion e di Damon Albarn dei Blur, che era già presente sul precedente ed acclamato “Kissin time” (dove c’erano anche Beck, Jarvis Cocker dei Pulp, Dave Stewart).
Forse bisogna partire proprio da “Last song” di Albarn, che è la canzone più fuori luogo del disco, con il suo tono quasi elegiaco. Bella, ma c’entra poco con “Before the poison” che, come si deduce anche dal titolo, è un disco scuro, notturno. Immaginatevi una via di mezzo tra un disco di Nick Cave e uno di PJ Harvey, cantato da una voce più cupa e meno incazzata. Prendete, per esempio, “No child of mine” - presente anche sull’ultimo disco di PJ “Uh huh her”-, che è la perfetta sintesi di tutto questo. Ed è ancora più bella della versione incisa dalla stessa Harvey. PJ, peraltro, qua sembra essere più libera nel ruolo di autrice e spalla: suona in tutte le canzoni che ha scritto, ma in modo meno “nervoso”. Sentitevi l’iniziale anche “The mistery of love”, che non avrebbe sfigurato affatto in “Stories from the city stories from sea”. Stesso discorso per Nick Cave, che sembra divertirsi parecchio a scrivere e suonare con i suoi Warren Ellis, Martin P. Casey e Jim Sclavunos (la band che lo accompagna nei concerti senza Bad Seeds).
Si farebbe un torto – e grosso – ad individuare la fonte di bellezza di questo album in Harvey e Cave. Perché le canzoni citate o altre come “Crazy love” o “Desperanto” (due opposti scritti da Cave: una ballata la prima, un rock caotico il secondo) vivono soprattutto alla profondità dell’intepretazione della Faithfull, che porta nella “grana” della sua voce tutta la sua storia. E dici poco...
In sostanza: un disco consigliato agli amanti di Nick Cave e PJ Harvey, che scopriranno un tesoro. Ma un disco consigliato a prescindere, per chi ama il rock maledetto.

(Gianni Sibilla) .
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