«EVERYONE IS HERE - Finn Brothers» la recensione di Rockol

Finn Brothers - EVERYONE IS HERE - la recensione

Recensione del 17 set 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dio salvi il pop rock! Quello leggero e piacevole ma non stupido. Quello che ha le chitarrine, le melodie e le armonie vocali. Quello che mette assieme le eredità dei Beatles e del rock americano. Quello, insomma, che noi italiani non siamo mai stati capaci di fare, divisi tra l’esistenzialismo politico dei cantautori e l’integralismo dei rockettari puri e duri.
Credete che americani e inglesi siano gli unici capaci di riuscirci? Sbagliato. Una delle più importanti “dinastie” pop-rock è neozelandese. Si chiamano Finn. Sono due fratelli, Neil e Tim, che hanno suonato assieme in un gruppo “seminale” (scusate il termine da “critico militante”) per il rock dell’altro emisfero, gli Split Enz. Tanto da essere “di culto” (aiuto, un altro termine da critico!) per diversi altri musicisti. I Pearl Jam, per esempio, in un memorabile concerto di qualche anno fa all’arena di Verona suonarono una cover del loro hit “I got you”. Quando Neil, che nel frattempo aveva raggiunto il successo mondiale con i Crowded House (quelli di “Don’t dream it’s over”), ha inciso un disco live solista con ospiti, si è ritrovato con l’imbarazzo della scelta. Si intitolava “7 worlds collide”, uscì un paio di anni fa (alla fine del 2001) e dentro c’erano mezzi Radiohead, Eddie Vedder, Johnny Marr degli Smiths, il fratello Tim, il figlio Liam (che ha messo su una sua band, i Betchadupa: la dinastia continua…).
Tutto questo lungo preambolo di storia per dire che da quel live sono rinati i Finn Brothers. Tim e Neil, dopo gli Split Enz, avevano inciso “Finn” nel 1996. “Everyone is here”, il loro ritorno sulle scene, è davvero un piccolo gioiello di questo genere. Prodotto da quella vecchia volpe di Mitchell Froom (un maestro in questo campo), è un manuale di stile nella scrittura di canzoni basate su voce e chitarra (prevalentemente acustica), con qualche spruzzata di piano qua e là. C’è il pezzo destinato a diventare un piccolo classico delle radio rock americane, il singolo “Won’t give in”. Ci sono le ballate, come “Edible flowers” (già suonata in “7 worlds collide”) o “Gentle hum”. C’è la gioia e c’è la malinconia. C’è la classe di due autori che in Italia non sono mai stati riconosciuti (tranne per la pessima versione italiana di "Don’t dream it's over” di Venditti, ammesso che possa essere un riconoscimento). Insomma, c’è tutto quello che ci dovrebbe essere in un buon disco. Serve altro per convincervi ad ascoltarlo?

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