Da solo, ha coltivato una carriera ostinatamente ai margini dell'industria discografica e completamente slegata dalle mode. Per avvicinarsi alla sua musica serve una grossa dose di disponibilità: non è roba leggera e reclama attenzione. "Incoherence" si mantiene fedele a questa tradizione.
Nell'intenzione dell'autore, si tratta di un unico brano di oltre 41 minuti diviso in 14 sezioni diverse, ognuna con un proprio titolo, ed è centrato sul linguaggio e sui limiti della comunicazione verbale. Una faccenda che richiederebbe centinaia di pagine a qualsiasi intellettuale e che Hammill cerca di comprimere in poco più di mezz'ora di suoni e parole. Gli arrangiamenti sono costruiti essenzialmente sulle chitarre e le tastiere del protagonista, affiancate da Stuart Gordon al violino e da David Jackson ai sax e ai flauti. I suoni fanno pensare a un'armamentario tecnologico un po' vecchiotto, da fine anni '80/primi '90, mentre l'incastro delle sequenze melodiche e ritmiche è tipicamente hammilliano. Suona come una versione snellita del prog-rock e sarebbe interessante ascoltare il lavoro con una sezione ritmica regolare. Quanto al giudizio sul risultato, ammetto di trovarmi a corto di parole, una situazione ampiamente affrontata nei testi di "Incoherence". Non è un album consigliabile a chi non frequenta prog e dintorni (e il sottoscritto rientra nella categoria), e non è il tipo di disco che si ha voglia di ascoltare dopo una giornata pesante o appena svegli per propiziare il buonumore. Però c'è qualcosa di ammirevole nello sforzo di incastrare in una forma musicale coerente testi che parlano della torre di Babele, della difficoltà di esprimere esattamente i propri pensieri e il potere delle parole in poco più di 40 minuti di musica non semplice.
Serve una voglia di grandi imprese che era merce comune intorno agli anni '70 e adesso sembra persa. Anche solo per questo, "Incoherence" ispira rispetto.
(Paolo Giovanazzi)