«LIVE AT BENAROYA HALL, 22 OCTOBER 2003 - Pearl Jam» la recensione di Rockol

Pearl Jam - LIVE AT BENAROYA HALL, 22 OCTOBER 2003 - la recensione

Recensione del 30 ago 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tutti vorrebbero essere fan dei Pearl Jam. Tutti vorrebbero essere fan di un band che non solo fa dischi belli e concerti ancora di più, ma che pubblica quasi ogni cosa che fa. Con questo Live At Benaroya Hall (concerto acustico registrato lo scorso ottobre a Seattle, per beneficienza) arriviamo a quasi 150 dischi dal vivo pubblicati in meno di 4 anni. Di questi, un’ottantina sono finiti nei negozi, gli altri erano acquistabili via internet. Aggiungete la raccolta (doppia) di inediti e rarità “Lost dogs”, uscita alla fine dello scorso anno e capirete il fenomeno. E’ bello essere fan dei PJ, almeno per le vostre orecchie. Un po’ meno per il vostro portafoglio.
Chi scrive si è fermato (?!) all’acquisto di una trentina di questi bootleg ufficiali, generalmente selezionati in base alle canzoni strane o inedite messe in scaletta (perché su questo i PJ ti fregano: cambiano completamente la set-list ad ogni concerto). Personalmente non conosco nessuno che abbia tutti i CD dal vivo della band, neanche qualche amico che è più fan del sottoscritto.
Però il fenomeno è interessante. Perché una band, forse per la prima volta, ha deciso di far saltare completamente i filtri discografici con il proprio pubblico. Tradotto, niente più routine disco-promozione-tour, disco-promozione-tour ogni due anni. Ma dischi, dischi e dischi, pubblicati praticamente in autonomia, con la loro casa discografica (la Epic/Sony), che non ha potuto fare altro che assecondarli. Se le idee di Peter Gabriel sulla distribuzione digitale della musica (leggetevi il manifesto del Mudda, Magnificient Union of Digitally Downloading Artists, www.mudda.org) e sugli artisti che prendono il controllo totale sulla loro opera – creativo e industriale –sono di fatto ancora un’utopia, i Pearl Jam sono una realtà concreta. Non ancora tecnologicamente avanzati (perché comunque ancorati alla “vecchia” idea dell’oggetto CD), ma una realtà.
Questa lunga digressione serve per arrivare al punto centrale, della recensione, questo doppio CD. Che, per capirci, viene distribuito dalla BMG, con cui la band ha firmato un contratto solo per questo album, dopo la fine del rapporto con la Epic. E che ha una sua precisa ragione d’essere: è il primo concerto totalmente acustico suonato dalla band, che pure non ha mai disdegnato la formula dell’Unplugged, utilizzandola in diverse occasioni. Annunciato con pochissimo preavviso sulla pubblicazione, è una piacevole sorpresa. O meglio, non lo è: che i Pearl Jam siano dei bravi “rocker” è noto. Altrettanto, lo sono il loro senso della melodia, e le loro radici piantate nella musica cantautorale americana. Le cover in scaletta sono una carta d’identità precisa: oltre a “Crazy Mary” di Victoria Williams (quasi uno standard del repertorio dei PJ), ci sono “I believe in miracles” dei Ramones, “Masters of war” di Dylan e “25 minutes to go” di Johnny Cash. E poi, la loro “Black” (che chi scrive metterebbe al primo posto della proprio classifica personale e ideale delle più emozionanti canzoni rock, insieme a “Country feedback” dei R.E.M.), e poi quella “Man of the hour” scritta per il film di Tim Burton di “Big fish”, e poi… E poi i pezzi meno noti o suonati poco come “Fatal”, “Down”, “Around the bend”. E poi…
Insomma, un disco da avere. Uno dei più belli dischi live acustici di sempre, oltre che uno dei più belli dischi dal vivo dei Pearl Jam (e qualcuno, come si diceva prima, ne hanno pubblicato). Vi basta come presentazione?

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