«THEN AND NOW! 1964-2004 - Who» la recensione di Rockol

Who - THEN AND NOW! 1964-2004 - la recensione

Recensione del 11 giu 2004 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Quarant’anni, una vita.
Ci stanno un paio di morti (Keith Moon, 1978; John Entwistle, 2002) e di rock opera (“Tommy” e “Quadrophenia”), centinaia di chitarre spaccate, decine di televisori scaraventati dalle finestre degli Holiday Inn, una tonnellata di cocaina, 100 ettolitri di brandy, alcuni scioglimenti e alcuni ritorni, milioni di miglia on the road, centinaia di groupies (scaraventate dentro gli Holiday Inn), la nemesi del tinnito, l’accusa di pedofilia, la lambretta con 10 specchietti...
Questo degli Who è un disco di storia. Mette in fila - con 18 classici e due inediti – tre lustri della cronaca musicale dell’ultimo mezzo secolo e una serie di schegge di stile, moda, tendenza, suono. E’ un meraviglioso disco di storia che narra della curiosa evoluzione di un tipico quartetto londinese degli anni 60 e della magica follia del loro leader, ma anche di una particolare versione della “British Invasion”, in cui gli stadi sono sempre sold-out e i dischi non arrivano mai in vetta alla classifica e in cui i fans abitano in America e i proseliti di ritorno sono i punk di casa.
“Then and now!”, o della fortuna e della generosità di Peter Townshend: anima fragile e sensibile imprigionata nel corpo di un demolitore di Gibson; una penna d’oro al servizio del gruppo, scrittore vero che se la gioca solo con Dylan, da lui diversissimo; chitarrista inventore dell’atomic pop e dei “power chords” al posto degli assoli; ma, in fondo, soprattutto uno bruciato dalla fiamma del rock: se Bruce Springsteen se ne sente redento, Pete se ne sente salvato.
Violenti sul palco ma molto stilosi, straordinariamente fragorosi ma così legati alla musica soul, da icone del movimento mod gli Who sono cresciuti fino ad allestire il miglior rockshow del pianeta, dando meglio di altri il senso del passaggio dai Sixties ai Seventies: concerti spettacolari e rumorosi, i loro, che hanno incarnato per una quindicina d’anni la formazione perfetta insieme ai Led Zeppelin: quattro fuoriclasse (massì, anche Roger Daltrey) perfettamente amalgamati e caratterizzati da una sezione ritmica funambolica (a tratti più melodica che ritmica…) e, comunque, irripetibile come hanno dimostrato gli anni della tarda carriera del gruppo: solo “The Quiet One” Entwistle poteva prevedere dove stava per andare Moonie, sempre spalmato sui rullanti.
“Then and now!”, che giunge a quarant’anni da quando con il nome di High Numbers i ragazzi pubblicarono il loro primo singolo "I'm the face" / "Zoot suit", è un greatest hits. Sul fronte musicale, quindi, trovo solo tre cose da dire:
1. diffidate di qualsiasi raccolta degli Who priva di “Substitute”: qui c’è;
2. “Real good looking boy”, che cita Elvis (con musica iniziale e testo finale da “Can’t help falling in love”) e ricorda un po’ gli U2 di “With or without you”, è l’inedito più meritevole tra i due; ma chi ha amato gli Who apprezzerà “Old red wine” come un’elegia per John Entwistle, cui è dedicata;
3. non dimenticatevi mai che la frase-icona del rock and roll - “hope I die before I get old” – abita qui.

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