«UH HUH HER - PJ Harvey» la recensione di Rockol

PJ Harvey - UH HUH HER - la recensione

Recensione del 06 giu 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un amico, parlando di PJ harvey, sosteneva una buffa ma sensata teoria: è un’artista che fa dischi pari e dischi dispari. Ovvero, alterna dischi più regolari e accessibili a dischi volutamente più sperimentali e ostici.
Poco importa se i dischi concettualmente “pari” siano il primo, il terzo e il quinto, e quelli “dispari” il secondo, il quarto e questo sesto lavoro, “Uh huh her”.
Nella prima categoria rientrano l’esordio “Dry”, “To bring you my love” e l’acclamato “Stories from the city, stories from the sea” –uscito quasi quattro anni fa e sicuramente il lavoro migliore e più diretto della rockeuse. Nella seconda categoria i dischi con cui la nostra reagì al successo di quelli appena citati: a “Dry” seguì “Rid of me”, a “To bring you my love” “Is this desire” e a “Stories from the city, stories from the sea” questo “Uh huh her”. Dischi, per l’appunto, volutamente più sbilenchi: quasi che PJ, da vera artista indipendente, non volesse capitalizzare il successo ottenuto, ma volesse dimostrare di saper scegliere la strada più difficile.
Nel dettaglio di questo lavoro, sarebbe stato facile continuare sulla strada di “Stories”: un disco dalle chitarre cristalline, dalle melodie dirette, dalla narrativa lineare. Insomma, uno dei migliori dischi rock degli ultimi dieci anni. Invece.
Invece PJ ha fatto passare quasi quattro anni. Ha scelto per questo disco un titolo volutamente privo di senso, per contrastare quello troppo narrativo del disco precedente. Ha scritto canzoni rabbiose. E le ha confezionate tutte da sola: produzione, registrazione, missaggio, ed ha suonato praticamente tutti gli strumenti, tranne la batteria e le percussioni (a cura di Rob Ellis). In altre parole: “Uh huh her” è un disco di demo elevati al rango di prodotti finito, come lei stessa ci ha rivelato nella nostra intervista (vedi news): perché reincidere delle canzoni che suonavano già bene così?
E, badate bene, non è un male: le canzoni sono secche, dirette, in alcuni casi violente (come “Who the fuck?”). In altri casi cupe, come le ballate finali. Ma mai brutte o inappropriate. Insomma, non si sente che sono dei demo. Perché alla fine “Uh huh her” è sì un disco più ruvido e meno raffinato di “Stories”, ma comunque di quell’esperienza ha fatto tesoro. Ed è comunque un disco di rock viscerale e passionale. Questa è la radice della musica di PJ Harvey, è sempre presente, e qua si vede solo di più che altrove. Poi, certo, si può dire che PJ rifugga volutamente il successo, che se avesse fatto un altro disco come “Stories” sarebbe diventata davvero la “nuova Patti Smith” (etichetta che le viene appiccicata dagli esordi). Però, alla fine, queste sono congetture, e quel conta è la musica. E quella, nei dischi di PJ Harvey funziona sempre. Per cui c’è poco da discutere e molto da ascoltare.

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