«SOGGETTI SMARRITI - Piero Pelù» la recensione di Rockol

Piero Pelù - SOGGETTI SMARRITI - la recensione

Recensione del 13 mag 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

A costo di ripeterci, iniziamo questa recensione esattamente allo stesso modo di quella del disco precedente, “U.D.S.”: Piero Pelù o lo si ama o lo si odia. Banale, ma vero, e se siete del partito di quelli che non lo reggono, non c’è disco che tenga che vi farà cambiare idea.
Visto con il senno di poi, “U.D.S.”, aveva diversi elementi per rafforzare le fazioni. Da un lato un tentativo di ritorno al rock, smorzato però da un uso dell’elettronica che sfociava nella sovraproduzione. Dall’altro canzoni apertamente politiche, con atteggiamenti che potevano sembrare un po’ populistici.
Ecco, la prima cosa da dire di questo “Soggetti smarriti” è che non vi farà cambiare idea, ma queste due direzioni vengono sostanzialmente corrette. E’ un disco rock, questo, ma senza fronzoli e senza elettronica. Un disco più semplice se vogliamo, ma di quella semplicità che ci si può aspettare da uno come Piero Pelù: grandi riff di chitarra elettrica, grandi aperture melodiche anche volutamente un po’ retoriche, come in “Dea musica” o nel singolo “Prendimi così”. Ma questa è sempre stata la sua cifra, tanto nei Litfiba quanto da solo. Si può spogliare la sua musica, ma la base rimarrà sempre uguale.
“Soggetti smarriti” è anche un disco intimista. “Intimista”, tra virgolette, come può esserlo un disco di rock. Le canzone parlano dei “soggetti” come individui, piuttosto che come collettivo, come capitava in diversi momenti di “U.D.S.”, il cui titolo – “Uomo della strada” lasciava già presagire un’attenzione politica. Segno dei tempi? Sarà che, come ci ha detto lo stesso Piero nella nostra intervista (vedi news), la politica offre ben pochi motivi di interesse oggi. Sarà. Ma è certo che questi temi “personali” si adattano meglio alle canzoni, anche quando sfociano in un po’ di (voluta) retorica, come nella già citata “Dea musica”.
Rimangono da dire due cose: alcuni fan dei Litfiba magari storceranno il naso a sentire questa nuova versione di “Re del silenzio”, uno dei pezzi centrali di “17 re” dei Litifiba, disco datato 1986 e la prova più bella del gruppo, nonché uno dei dischi centrali della rinascita del rock italiano di quel periodo. Il pezzo perde velocità (e la bellissima linea di basso di Gianni Maroccolo, trasformata in un arpeggio di chitarra) per diventare in una ballatona, ma comunque non perde il suo fascino. Una buona occasione, peraltro, per andarsi a riscorprire l’originale.
Seconda cosa: Gianni Maroccolo ricompare in “Anche a piedi”, brano finale che chiude il disco, e ne è il punto più alto. Bellissima ballata, originariamente scritta assieme per il disco solista di Gianni, “A.C.A.U.”, ma che poi Piero ha preferito tenere per sé, mentre sul disco di Gianni è finita “Fugge l’abbraccio”.
In conclusione: se “U.D.S.” costituiva un passo avanti (per il recupero del rock) e uno indietro (per la sovraproduzione e i temi troppo politici), “Soggetti smarriti” è un passo avanti e basta: un disco più diretto, che mette a nudo l’anima di un rocker controverso, a cui è comunque difficile rimanere indifferente.

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