«FROM HERE TO THERE - Girls In Hawaii» la recensione di Rockol

Girls In Hawaii - FROM HERE TO THERE - la recensione

Recensione del 26 apr 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Le geografie del rock a volte sono assai bizzarre. Ti ritrovi tra le mani dischi che sembrano arrivare dritti da scene consolidate nell’immaginario musicale di operatori e fan. Salvo poi scoprire che arrivano da tutt’altro luogo, magari remoto in termini discografici. Prendete questo disco dei Girls In Hawaii. La band è sconosciuta ai più, e il nome stesso lascia intendere chissà quale provenienza e chissà quale genere. Lo metti su e scopri un piacevole pop-rock che ricorda un po’ i primi R.E.M. e i loro gruppi di riferimento (Byrds, Big Star, e giù di lì, rivisitati attraverso l’ottica del rock indipendente). Poi ti informi e scopri che sono sei ragazzi poco più che ventenni, e che arrivano dal Belgio. Belgio? Si, alla fine non è poi così strano: da lì arrivano altri due gruppi molto apprezzati nel giro rock, i dEUS e i Venus. Guarda caso, l’etichetta che li ha scoperti è la stessa. E un po’ di cose in comune ci sono, alla fine: un buon gusto per le melodie, e un buon gusto per soluzioni “oblique” o meno lineari nello sviluppo delle canzoni. E allora ragioni sul fatto che le etichette geografiche servono a tutto e a nulla.
Quel che conta è la musica, alla fine. E qui c’è, decisamente: canzoni come l’iniziale “9:00 AM” o come “Flavor” sono piacevolissimi esempi di un genere che spesso fa proseliti: il pop-rock un po' retro e malinconico e un pò "lo-fi". Proseliti di nicchia, certo, come hanno fatto i Sophia, che sono americani (e questo è decisamente più cool) e che attualmente sono assai stimati in questo campo. Proprio per le ultime due date dei Sophia vengono aperte dai Girls From Away, questa sera, Lunedì 26, a Milano e domani, martedì 27, a Torino.
Certo, tornando alla scena belga, le vette e la genialità dei dEUS sono inarrivabili. Ma il bello di questi Girls In Hawai è quello di scrivere canzoni semplici, che partono da un arpeggio di chitarra elettrica, da un giro di tastiera (come in “Catwalk”) o da una melodia per poi svilupparle in strutture che prendono strade inaspettate. Le loro sembrano “canzoni corte per menti corte”, per parafrasare il titolo della seconda traccia del CD. Sembrano, ma non sono, perché per essere semplici bisogna avere intelligenza, dote che ai GIH non sembra mancare.
Forse manca loro ancora un po’ di personalità, che magari porti a scelte più decise sulle direzioni da far prendere alle loro canzoni. Ma in fin dei conti hanno poco più che vent’anni, e il tempo è dalla loro parte. Il risultato, comunque, è che questo “From here to there” è un disco bello e piacevole, che non ha nulla da invidiare a colleghi più blasonati o geograficamente più “alla moda”.

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