«PUNK PRIMA DI TE - Enrico Ruggeri» la recensione di Rockol

Enrico Ruggeri - PUNK PRIMA DI TE - la recensione

Recensione del 28 apr 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è un movimento, ciclico e abbastanza preciso, che accompagna le carriere degli artisti, di ogni genere, dal rock al pop al jazz. È quello del ritorno alle proprie origini. Può succedere in diversi modi: la carriera e le scelte artistiche ti portano altrove, e a un certo punto decidi che è il caso di riscoprire (o rivendicare) il luogo da cui sei venuto. Più spesso succede che ti stufi di quello che fai, ciò per cui hai successo e sei conosciuto, provi a sperimentare altre vie che non ottengono riscontri apprezzabili, e torni indietro a dove sei partito, magari con un po’ di esperienza in più, di consapevolezza dei tuoi pregi e dei tuoi limiti.
Il caso di Enrico Ruggeri e di questo “Punk prima di te” è decisamente il primo di quelli citati. La carriera di Enrico è una delle più belle e complesse della musica italiana. Complessa, ma lineare e coerente, nei diversi percorsi intrapresi e nei diversi stili praticati. La storia di questo disco è significativa, ce l’ha raccontata lo stesso Ruggeri quando l’abbiamo intervistato: capita che ti ritrovi con un figlio adolescente, che inizia ad ascoltare il punk odierno, quello di Green Day, Rancid e Offspring, e allora ti viene voglia di fargli ascoltare i gruppi da cui questa ondata è nata, e fargli ascoltare le tue vecchie canzoni, che sono state tra le prime a portare quel genere in Italia. Risultato: tuo figlio ti suggerisce di farne un disco nuovo, rivelando un acume che molti direttori artistici di case discografiche si sognano.
Il risultato è questo “Punk prima di te”, un disco diviso in due parti: 7 canzoni del repertorio dei Decibel (band in cui Ruggeri ha militato alla fine degli anni '70, prima di diventare solista), e 7 rivisitazioni di classici del periodo punk e dintorni.
Chi scrive ha una ventina di anni in più del figlio di Ruggeri e una quindicina di meno di quest’ultimo. Ovvero, troppo grande per idolatrare i nuovi punkster e troppo piccolo per aver visto il punk in presa diretta, rivissuto con qualche anno di ritardo attraverso i gruppi degli anni ’80 che ne avevano raffinato la lezione nella new wave. Come a tutti gli appassionati di musica, anche al sottoscritto è capitato di innamorarsi di questa musica (e tuttora i Clash rientrano nella “top ten personale”, per dirla alla Hornby). E a come tutti gli appassionati di musica, mi fa piacere (ri)scoprire musica sepolta nell’anticamera del cervello, attraverso ristampe, riedizioni, reinterpretazioni. Ad una condizione, però: che siano di qualità. Su ristampe e riedizioni, non c’è quasi mai problema, in termini musicali. Lì le magagne stanno altrove, nel packaging, negli inediti più o meno presenti etc. Nelle reinterpretazioni è un gran casino, invece. Perché è facile trovarsi di fronte a gente dalla tecnica sopraffina, ma che rilegge gli originali senza un briciolo di cuore. Esempi? Lo swing patinato di Michael Bublè o il blues di Eric Clapton. Ecco, questo disco di Enrico Ruggeri è un esempio del contrario. Nella seconda parte è quasi filologico: “The guns of Brixton” dei Clash è perfetta in tutto, dall’intonazione vocale, al basso che a un certo punto scompare e riappare, come nell’originale. Eppure senti che Enrico & soci la cantano e la suonano con il cuore, e non per rifare il verso. E lo stesso dicasi delle altre canzoni, che pescano nel punk “puro e duro” dei Sex Pistols di “God save the Queen”, dei Ramones di “I wanna be sedated” degli Stranglers, ma anche nei dintorni: il glam di David Bowie ("The Jean Genie” e quella “All the young dudes” scritta per i Mott The Hoople). Tutti i brani rifatti con grande mestiere, di quel mestiere che a 20 anni non si può ancora avere, ma con una forza molto simile a quella che si ha a quell’età e che spesso si perde per strada con il passare degli anni.
Leggermente diverso il discorso per la prima parte. Le considerazioni musicali sono le stesse delle cover: un buon mix tra tecnica e cuore. Mentre per i temi, Ruggeri, nell’intervista, ha rivendicato l’attualità di quelle canzoni. Non si può dargli davvero torto: fa impressione ammettere che l’insoddisfazione generazionale di “Figli di” sia la stessa oggi, così come le manipolazioni sociali denunciate da “Il lavaggio del cervello”. Ancora più inquietante, se vogliamo, che il fanatismo assassino di “Superstar” si sia poi concretizzato dopo qualche anno nell’assassinio di John Lennon. Musicalmente le canzoni reggono ancora. Denunciano solo qualche ingenuità lirica, nell’uso delle rime baciate, ma per il resto fanno davvero la loro figura.
Insomma, questo “Punk prima di te” è un bel disco: una operazione ben pensata e divertente da ascoltare.

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