Vines - WINNING DAYS - la recensione

Recensione del 04 feb 2004 a cura di Giulio Nannini

Ennesima incarnazione della “new rock revolution” (assieme a loro Strokes, The Hives, Black Rebel Motorcycle Club e altri), gli australiani The Vines hanno sofferto dell’etichetta di band post-grunge affibbiatagli dalla stampa inglese. Dopo due anni tornano con un titolo ottimista, “Winning days”, album che dividerà critica e pubblico. Questo perché la struttura delle canzoni non è molto complessa e, pur senza contenere brani memorabili o innovazioni, lo standard è abbastanza minimalista e a tratti poco sostanziale. Ma è un disco che si lascia ascoltare piacevolmente, con canzoni dirette, la maggior parte delle quali sicuramente irrisolte, semplici ma non del tutto acerbe, e molto brevi (l’intero album dura 38 minuti e si contende la Palma d’Oro della pigrizia con “Room on fire” degli Strokes, 33 minuti). I testi non hanno molto senso e Craig Nicholls preferisce il suono delle parole al loro significato letterario.

L’apertura è affidata a “Ride” e “Animal machine”, due concessioni al garage rock e al grunge. “Ride” è abbastanza orecchiabile, con una ritmica quasi ska, mentre “Animal machine” porta a chiedersi “dove l’ho già sentita?” (reminiscenze dei Nirvana di “In utero”?). Poi prevale l’anima squisitamente pop di “TV Pro”, che gioca sull’alternarsi tra piano e forte, vuoti e pieni, esemplificazione dell’attitudine più rock della band. “Autumn shade II”, piuttosto che rappresentare il sequel dell’omonimo brano contenuto nel debutto, ne sembra la cover. Dopo l’innocua rabbia ostentata di “Evil town” si cambia atmosfera con la title-track, una ballata pop-rock sostenuta da un cantato seducente, un chiaro omaggio alle melodie beatlesiane. Si rimane in territori sixties con la successiva “She’s got something to say”, divertente e spensierata. “Rainfall” è invece una ballata che sembra uscire da “Automatic for the people” dei R.E.M., ma il risultato è forse troppo manierista. Chiudono la psichedelia sognante di “Amnesia” e un’altra ballata, “Sun child”, che ricorda il songwriting di Neil Finn.
Totalmente fuori contesto la conclusiva “Fuck the world”: si ritorna al grunge di “Highly evolved”, ne sembra quasi un outtake, con chitarre massicce e distorsioni valvolari. Questa scelta potrebbe nascondere sia l’intenzione di tornare alle sonorità più grezze del primo album che la chiusura di un ciclo, il capitolo conclusivo dei primi due album di formazione. Lasciando sperare che la band australiana abbia l’ambizione di evolvere verso un songwriting più maturo e complesso. Perché è proprio l’ambizione che manca in tutto l’album, quella marcia in più che ti spinge a sgomitare e a raccogliere attenzione. Quello di “Winning days” non è comunque tutto materiale da buttare via, ma è semplicemente ok.


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