L’apertura è affidata a “Ride” e “Animal machine”, due concessioni al garage rock e al grunge. “Ride” è abbastanza orecchiabile, con una ritmica quasi ska, mentre “Animal machine” porta a chiedersi “dove l’ho già sentita?” (reminiscenze dei Nirvana di “In utero”?). Poi prevale l’anima squisitamente pop di “TV Pro”, che gioca sull’alternarsi tra piano e forte, vuoti e pieni, esemplificazione dell’attitudine più rock della band. “Autumn shade II”, piuttosto che rappresentare il sequel dell’omonimo brano contenuto nel debutto, ne sembra la cover. Dopo l’innocua rabbia ostentata di “Evil town” si cambia atmosfera con la title-track, una ballata pop-rock sostenuta da un cantato seducente, un chiaro omaggio alle melodie beatlesiane. Si rimane in territori sixties con la successiva “She’s got something to say”, divertente e spensierata. “Rainfall” è invece una ballata che sembra uscire da “Automatic for the people” dei R.E.M., ma il risultato è forse troppo manierista. Chiudono la psichedelia sognante di “Amnesia” e un’altra ballata, “Sun child”, che ricorda il songwriting di Neil Finn.
Totalmente fuori contesto la conclusiva “Fuck the world”: si ritorna al grunge di “Highly evolved”, ne sembra quasi un outtake, con chitarre massicce e distorsioni valvolari. Questa scelta potrebbe nascondere sia l’intenzione di tornare alle sonorità più grezze del primo album che la chiusura di un ciclo, il capitolo conclusivo dei primi due album di formazione. Lasciando sperare che la band australiana abbia l’ambizione di evolvere verso un songwriting più maturo e complesso. Perché è proprio l’ambizione che manca in tutto l’album, quella marcia in più che ti spinge a sgomitare e a raccogliere attenzione. Quello di “Winning days” non è comunque tutto materiale da buttare via, ma è semplicemente ok.