«GHOSTS OF THE GREAT HIGHWAY - Sun Kil Moon» la recensione di Rockol

Sun Kil Moon - GHOSTS OF THE GREAT HIGHWAY - la recensione

Recensione del 04 mar 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Negli anni ‘90 qualche buontempone dalla penna facile ideò il termine “slowcore”, ennesima etichetta per definire un nuovo genere: musica melodica, ma lenta, molto lenta. Una delle scene più vive era San Francisco, forse anche grazie agli ispiratori locali American Music Club (che si sono recentemente riformati, per la cronaca). Il gruppo di Mark Eitzel era decisamente votato fin dal nome ad un recupero delle tradizioni cantautorali, rielaborate in chiave quasi melodrammatica. I gruppi di questa presunta scena - gli Idaho e newyorchesi Codeine, tra gli altri – proponevano canzoni altrettanto radicate nella tradizione, ma spesso virate in forma elettrica, producendo ballate lunghe e ipnotiche.
A venire fuori meglio alla distanza da questa scena furono i Red House Painters di Mark Kozelek. Autori di sei dischi, di cui quattro per la storica 4AD, i Red House Painters si fecero riconoscere per le loro belle, lunghe e tragiche ballate, cantate dalla voce quasi spettrale di Kozelek. E per le strane cover (un loro EP riprendeva un brano dei Kiss). La band tentò al quinto disco il salto verso una major, arenandosi poi sul seguito: Old Ramon”, venne pubblicato nel 2001 dalla Sub Pop, a band sciolta e a carriera solista di Kozelek già avviata. Anche qua, scelte bizzarre, tra cui un disco di cover in chiave acustica degli AC/DC e un tributo a John Denver.
I Sun Kil Moon sono il nuovo gruppo di Mark Kozelek, e ve li segnaliamo perché riportano la musica di questo (ingiustamente) misconosciuto autore ai fasti dei Red House Painters. Dopo le incerte prove soliste, e dopo una mini carriera nel cinema (Kozelek recita e scrive per i film di Cameron Crowe e una canzone dei RHP viene inclusa nella colonna sonora di “Vanilla sky”), Kozelek ha deciso di rimettere in piedi quello che sa fare meglio. Ovvero una musica ipnotica, che deve molto ora a Neil Young elettrico (“Salvador Sanchez”), ora ai R.E.M., come se questi fossero stati diluiti nei tempi ma non nella sostanza (“Carry me Ohio” o la chilometrica "Duk Koo Kim", 15 minuti di melodia pura e senza noia), ora alla musica cantautorale (l’iniziale “Glenn Tipton”, che sembra uscire sempre dal repertorio di Neil Young, ma di quello acustico).
Molto del fascino di queste canzoni è dovuto alla voce bella ed eterea di Kozelek, un'altra parte è da ricercarsi nei ritmi semplici e cadenzati del batterista e Anthony Koustos, già compagno di Kozelek nei Red House Painters. Che rimangono un gruppo assolutamente di nicchia, ma altrettanto da riscoprire, magari partendo proprio dai Sun Kil Moon o dalla raccolta “Retrospective”, pubblicata qualche anno fa dalla 4AD, e che copre i quattro dischi pubblicati dall’etichetta, i migliori della band.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.