«THE DIARY OF ALICIA KEYS - Alicia Keys» la recensione di Rockol

Alicia Keys - THE DIARY OF ALICIA KEYS - la recensione

Recensione del 29 gen 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Beh, ci vuole del fegato. Ci vuole del fegato, a ripresentarsi sulle scene dopo un gruzzolo di Grammy e diverse milionate di copie vendute con il proprio esordio. Questo è successo ad Alicia Keys, questo succederà tra poco a Norah Jones. Le due primedonne della musica nera, che hanno dominato rispettivamente le ultime annate musicali con i loro primi album, tornano a poca distanza l’una dall’altra. Questo “The diary of Alicia Keys” è uscito alla fine dello scorso 2003, “Feels like home arriverà nei primi giorni del febbraio 2004.
A parte l'essere state due tra le debuttanti più fortunate della musica, a parte essere due ragazze carine che hanno prodotto due dischi piacevoli e ben scritti, perfetti per mettere d’accordo un pubblico ampio e di diverse generazioni, Alicia e Norah non hanno molto in comune. “Dici poco”, penserà qualcuno… Si, però, Alicia ha dei modelli molto precisi, evidenti in “Songs in A minor” e riproposti fedelmente in questo album: Aretha Franklin e il soul classico, ma anche Gladys Knight e Dionne Warwick (il medley “If I was your woman/Walk on by” è un evidente tributo); il tutto spruzzato con un tocco di modernità hip-hop, e sostenuto da una bella voce e da una buona capacità di scrittura. Quello che in molti chiamano "nu-soul", per intenderci. Norah, invece, fa del jazz-pop venato di blues e folk, se così lo si può definire. Ma di lei parleremo a tempo debito, quando sarà tempo di recensire il suo nuovo disco.
A voler essere sinceri, questo “The diary of Alicia Keys” è una buona conferma, che però non dice nulla di nuovo su questa artista. La Keys è sicuramente qua per restare, e il primo singolo “You don’t know my name” è una canzone tanto bella da sembrare uscita dal repertorio di Marvin Gaye. Allo stesso livello, stanno diversi episodi del disco.
Non si possono però non riscontrare almeno due difetti a questo album. Il primo è una certa ripetitività: sentite “When you really love someone”, che assomiglia davvero un po’ troppo a “Fallin’”. Il secondo è la lunghezza e la prolissità. Un difetto, quest’ultimo, insito nell’idea del diario che dà il titolo al disco: quella del diario, su cui ci si lascia andare al flusso delle emozioni e dei pensieri. Ecco, forse un po’ più di sana capacità di limare qua e là avrebbe reso questo album più facilmente ascoltabile e apprezzabile per i suoi (notevoli) pregi.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.