«UNEARTHED - Johnny Cash» la recensione di Rockol

Johnny Cash - UNEARTHED - la recensione

Recensione del 08 dic 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Eterno. Immenso. Superiore. Leggendario. Scusate la retorica, ma gli aggettivi che si possono usare per tentare di descrivere la statura e la musica di Johnny Cash sono rivelatori. Rivelano l’inadeguatezza del linguaggio, in certe situazioni, nel descrivere la realtà dei fatti, e quanto lo stesso linguaggio in questo inutile tentativo rischi di rendersi ridicolo.
Perché questo era Johnny Cash: uno di quei nomi eletti, che hanno fatto davvero la storia della musica contemporanea, il cui ruolo è impossibile ricostruire a parole. E non lo si dice sull’onda dell’emozione, perché è scomparso lo scorso 12 settembre a 71 anni. Lo si è sempre pensato, ma forse non lo si è mai avuto così chiaro come nell’ultimo decennio, da quando Cash è rinato grazie alla saga degli "American Recordings", quattro dischi in cui Cash si era appoggiato al produttore Rick Rubin, e in cui rivisitava proprie canzoni mischiate a classici del repertorio country e di colleghi ben più giovani per cui nutriva una insospettata ammirazione (dai Soundgarden di “Rusty cage” ai Nine Inch Nails di “Hurt”). Quattro dischi monumentali -l'ultimo uscito giusto un anno fa - a cui fa da corollario quest’altrettanto monumentale box di 5 CD (oops, ci è scappato un altro aggettivo pomposo…).
Un box, per la cronaca programmato già prima della prematura scomparsa del Nostro, che raccoglie 79 canzoni di questo periodo. Dei 79 brani, 64 sono inediti e provengono da quelle sessioni. Il quinto CD contiene invece 15 composizioni estratte dai 4 album già pubblicati, un “Best of Cash on American”, come recita il titolo del 5 CD.
Già solo questo CD merita, e se vedete la tracklist in fondo alla recensione trovate dei brani di assoluto valore. Su tutte quella rilettura di “Hurt” che chi scrive ritiene la canzone più bella incisa l’anno scorso. Ma anche delle cover strepitose di “One” degli U2, “Southern accents” di Tom Petty, “Bird on a wire” di Leonard Cohen altrettanto intense, scarnificate musicalmente, ma riempite dalla sola presenza di quel vocione inimitabile.
Se queste cover vi sono piaciute al tempo, qua avete un’ottima scusa per riscoprirle. Oppure per scoprirle. Ma un box non lo si compra certo per risentire canzoni già pubblicate: ragion per cui il vero motivo di interesse di “Unhearted” è tutto il materiale inedito . E in tema di cover qua c’è solo l’imbarazzo della scelta: da Neil Young (“Pocahontas” e “Heart of gold”) a Steve Earle (“Devil’s right hand”), passando per Cat Stevens (“Father & son”), Jimmy Webb (“Wichita lineman”). Ma la vera chicca è “Redemption song” di Bob Marley, cantata in duetto con un altro compianto, Joe Strummer. E dire che si è dubitato fino all’ultimo dell’esistenza di questa incisione: la versione cantata dal solo Strummer è inclusa nel suo “Streetcore” e membri della band dell’ex Clash avevano dichiarato a Rockol (vedi news) di essere certi che i due non avessero mai duettato, pur avendo certamente lavorato assieme.
A tutto questo si aggiungono altri duetti (con l’amico Willie Nelson, ma anche con Tom Petty, Nick Cave, Fiona Apple, il co-veterano Carl Perkins), reinterpretazione di classici country, versioni alternative (bellissima quella di “Bird on a wire” con l’orchestra), un disco intero di canzoni gospel (il quarto volume, “My mother’s hymn book”) e uno pressoché inciso per sola voce e chitarra (il primo “Who’s gonna cry”, inevitabilmente il più “difficile” del box).
Insomma, qua c’è di che divertirsi e di che immalinconirsi. In un periodo come quello natalizio in cui i box vengono pubblicati a raffica, questo è una vera delizia. Ma la malinconia di avere perso un grande come Cash è davvero tanta, sentendo quanto era bella la sua musica.

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