«DESERT SESSIONS 9 & 10 - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - DESERT SESSIONS 9 & 10 - la recensione

Recensione del 11 nov 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dio salvi i “progetti paralleli”. Dio ci salvi da musicisti ingabbiati dall’industria nella “filiera produttiva” che prevede un-disco-ogni-due-anni-promozione-tour e poi un-disco-ogni-due-anni-promozione-tour, e poi da capo ancora.
Le “Desert Sessions” sono appunto una sorta di progetto parallelo di Josh Homme dei Queens of The Stone Age, che periodicamente invita musicisti amici nei suoi studi nel Joshua Tree Desert per delle sessioni “improvvisate”. E poi le pubblica. E, da quando i suoi QOTSA hanno ottenuto successo e attenzione, le pubblica pure per la major Universal (la stessa del suo gruppo principale, ovviamente).
Questo disco, quindi, lo si può apprezzare su due livelli. Quello, per così dire “concettuale”: un musicista che “fa la sua cosa”, procede per la sua strada esplorando anche le vie secondarie, semplicemente mettendosi a suonare con gli amici, vedendo cosa ne viene fuori, e pubblicando la roba buona. Un atteggiamento molto più tipico del Jazz, se vogliamo: ogni musicista è contemporaneamente impegnato in diversi progetti; in alcuni casi è leader, in altro ospite, ma l’interscambio è la regola. Un atteggiamento che la succitata “filiera produttiva” tende a minimizzare, e che forse è meno nelle vene di molti musicisti rock, più impegnati a pensare a se stessi e a centellinare la propria opera che a mettersi in gioco con i colleghi. Ben vengano queste “Desert Sessions”, e ben venga la visibilità che può loro fornire l’appoggio di una major: sentire insieme gente come Josh Homme, PJ Harvey, l’ex Marylin Manson Twiggy Ramirez, Chris Goss (Masters Of Reality) ed altri ancora non può che fare bene alla musica .
Il secondo livello è quello più “pratico”: queste “Desert Sessions 9&10” sono un bel disco, punto e basta. Un disco magari meno omogeneo di quello che potrebbe produrre un gruppo stabile, ovviamente. Ma qua sta il bello: le radici delle canzoni sono ovviamente nello “Stoner rock”, quello che dai Kyuss (la prima band di Homme) ha portato ai QOTSA, incrociandosi con il grunge. Ovvero rock sporco, grezzo e viscerale, ma non senza melodia: sentite “In my head… Or something” o la pischedelia di “Bring it back gentle”, tanto per farvi un’idea. Ma la sorpresa più bella sono soprattutto le canzoni in cui rispunta la voce di Polly Jean Harvey, che dopo lo stupendo “Stories from city, stories from the sea” era praticamente sparita dalla scene. Si dice stia lavorando ad un nuovo album, ma nel frattempo eccola cantare in alcuni brani – su tutti “Crawl home” – in atmosfere che sembrano riportare a quelle dei suoi primi dischi.
Insomma, davvero un bel progetto, queste “Desert sessions”: nell’idea di fondo, e nei risultati. Quanti dischi che escono possono vantare altrettanto?

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