RESULTS MAY VARY

Universal (CD)

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di Davide Poliani

E' curioso osservare come i Limp Bizkit non abbiano saputo sfruttare a proprio favore quella che da molti è stata indicata come l'inizio della loro fine: con l'abbandono del chitarrista Wes Borland - premettiamo subito, Dio ci salvi da integralismi del tipo "però la formazione originale era tutta un'altra cosa" - per il combo di Jacksonville avrebbero potuto aprirsi strade nuove ed interessanti. La compagine capitanata da Fred Durst avrebbe potuto affrancarsi dal fastidioso ruolo di fast-food del rap-metal per approdare ad una scrittura più matura e di spessore, magari facendosi aiutare dalle tante conoscenze che il vulcanico frontman può vantare in ambito rap e hip-hop (e non è un caso che Snoop Dogg appaia in "Red light - green light").
"Results may vary" tiene invece strettamente fede alla formula che ha portato i Bizkit in cima al mondo: il che non è poi un grosso problema. Rimangono i violenti riff di chitarra, i groove solidi, gli inserti vocali incalzanti, e - immancabili - i colori ai piatti di DJ Lethal: tutto ciò che, in buona sostanza, ha reso Durst e soci delle star. I problemi, però, iniziano a farsi sentire quando, dopo quasi un'oretta di ascolto, ci si accorge che nulla è cambiato rispetto al gruppo che già conoscevamo e che, da un po' di tempo a questa parte, stava iniziando ad innamorarsi un po' troppo di se stesso. L'orecchio, dopo l'eccellente fattura, le sonorità sontuose eccetera, inizia a percepire una certa mancanza di ispirazione. E dire che i Bizkit ce l'hanno messa tutta per far sì che "i risultati possano cambiare", come recita il titolo: c'è la ballata, "Built a bridge", c'è la (già citata) collaborazione col mostro sacro del rap Snoop Dogg in "Red light - green light", e c'è persino il richiamo all'hard rock inizio anni Novanta in "Underneath the gun", C’è pure la cover degli Who, “Behind blue eyes”. Ma evidentemente, anche variando di poco gli addenti, il risultato non cambia. Certo, un riscontro simile a quello di "Chocolate starfish..." sarebbe un successo (di vendite) per chiunque, e niente di più facile che i Bizkit riescano a ripetere l'exploit (anche se, con i tempi che corrono...). Purtroppo, però, quando una band inizia a stimare le vendite in milioni di unità e giunge al quarto album, il compitino fatto più o meno bene non basta più: se "Results may vary" rappresenta i Limp Bizkit nel 2003, allora viene il dubbio che Wes Borland tanto male non ci abbia visto, togliendo il disturbo. Con buona pace del suo conto corrente...