«TOUR DE FRANCE SOUNDTRACKS - Kraftwerk» la recensione di Rockol

Kraftwerk - TOUR DE FRANCE SOUNDTRACKS - la recensione

Recensione del 31 ott 2003 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Quand’è arrivato in redazione, me lo sono accaparrato io, promettendo che l’avrei recensito. Non avevo specificato “entro quando” l’avrei recensito; del resto, sapevo che il primo disco dei Kraftwerk dopo 17 anni (il primo disco di nuovo materiale, intendo; il precedente era stato “Electric Café”, 1986, dopo c’erano stati solo l’album di remix “The Mix” del 1991 e il singolo “Expo 2000”) mi avrebbe richiesto numerosi ascolti prima di essere digerito e metabolizzato. Bene, adesso che l’ho ascoltato almeno trenta volte posso dirvi cosa ne penso.
Prima di tutto, però, sappiate che sono molto parziale nei confronti di Ralf Hutter e Florian Schneider. Nutro una grande ammirazione per i due e per le diverse incarnazioni del quartetto da loro guidato fin dai tempi di “Trans-Europe Express” (“Autobahn” l’ho recuperato più tardi), quindi da molto prima che diventassero i mostri sacri dell’elettronica di consumo che sono diventati nel corso degli anni - forse più apprezzati come fornitori di samples che come gruppo musicale a tutti gli effetti. Quindi, come si dice, fate la tara al mio entusiasmo: sappiate che a volte, e questa è probabilmente una di quelle volte, l’equilibrio critico si ritrae di fronte alla stima incondizionata sconfinante con l’iscrizione a un fan club.
Ma, insomma, questo disco è proprio un godimento. C’è voluto del tempo, ve lo ripeto, per rendermene conto: il primo ascolto, anzi, mi aveva lasciato con un po’ di delusione nelle orecchie. Colpa mia, che a causa della lunga assenza dalla scena discografica dei Kraftwerk mi ero baloccato con l’idea che questo album potesse contenere una rivoluzione stilistica sorprendente. Invece, i quattro (Ralf, Florian, Fritz Hilpert e Henning Schmitz) reclusi degli studi Klingklang - con una radicale e “rivoluzionaria” coerenza - hanno deciso di restare fedeli a se stessi. Il che significa: produzione impeccabile (e ci mancherebbe, con tutto il tempo che ci impiegano a fare un disco...); “canzoni” che sembrano poter durare in eterno, fluidamente scorrevoli e costanti nella forma; melodie accattivanti benché (o proprio perché) semplicissime, che si fanno spazio garbatamente fra i ritmi sintetici.
E naturalmente non è svanito il sense of humour: quel sense of humour (testi didascalici e quasi semplicistici, “cantati” quasi sempre da quella “voce” artificialmente modificata che qui assume quasi un accento francese, dato il tema dei brani) che rende i Kraftwerk tanto diversi da, e tanto superiori a, una miriade di altri gruppi dell’electropop che hanno l’orribile tendenza a prendersi tanto sul serio.
Qui i Kraftwerk raccontano a modo loro il Tour de France, la “Grande Boucle”, riprendendo e ampliando il singolo “Tour de France” del 1983 e facendolo diventare una sorta di suite in tre movimenti (o “tappe”, ah ah!, come dice la trackist del disco). Il che conferma due cose: la fascinazione che Ralf e Florian continuano a provare per il movimento, lo spostamento, il viaggio (l’autostrada, il treno, ora la bicicletta) e la passione che i due, specialmente Ralf - a quanto racconta l’ex componente della band Wolfgang Flur nella sua autobiografia “I was a robot” - hanno sviluppato per lo sport della pedivella, al quale sembra dedichino, da praticanti, buona parte della propria giornata. E dunque: partenze di tappa, frazioni a cronometro, arrivi in salita, sprint del gruppo, maglia gialla (nella suite “Tour de France”) ma anche tutto quanto gira intorno alla corsa: integratori alimentari (“Vitamin”), strategie, tattiche e manutenzione meccanica (“Aéro dinamik” e “Titanium”), controllo dello sforzo (“Elektro kardiogramm”) e della muscolatura (“La forme”).
Niente di eroico, niente di “romantico”, niente di spettacolare: la quotidianità faticosa della corsa, la ripetitività dei gesti, l’organizzazione metodica del carrozzone del Tour sono “cantate” con quel distacco sereno e consapevole che da sempre caratterizza la poetica (scusate la parolona) dei Kraftwerk.
Sicché, ascoltare questo Cd diventa un’esperienza quasi spirituale: i mantra ripetuti dalla voce declamante fluiscono come un continuum, suggerendo l’idea del moto continuo, e se ci si lascia risucchiare dalle ruote ci si ritrova completamente mesmerizzati dai suoni, dai rumori, dai ritmi, dai fruscii dai battiti e dalle inspirazioni-espirazioni della macchina uomo+bicicletta; tanto che la versione aggiornata ma rispettosa dell’originale della “Tour de France” del 1983, che chiude il disco, appare quasi come un disturbo, un’inattesa e non del tutto gradita distrazione.
Sono contento di aver scritto questa recensione; anche perché, probabilmente, quando uscirà il prossimo disco dei Kraftwerk io non ci sarò più, o avrò finalmente cambiato mestiere. Ma se dopo averla letta qualcuno di voi avesse voglia di andarsi ad ascoltare “Tour de France soundtracks”, beh: la mia fatica non sarà stata vana.

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