«IDENTITY CRISIS - Shelby Lynne» la recensione di Rockol

Shelby Lynne - IDENTITY CRISIS - la recensione

Recensione del 01 nov 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Capita che i titoli dei dischi siano davvero azzeccati. La “crisi di identità” Shelby Lynne deve averla vissuta davvero, e non deve essere stata la prima. La sua è una storia turbolenta. Anni di gavetta nel country, cinque dischi e un sacco di problemi, la fama di un caratteraccio (dovuta probabilmente all’irrequietezza che nasce dal dover cantare una musica che non è la sua) e un sacco di litigi. Poi la decisione di prendere in mano il proprio destino: nel 2000 esce “I Am Shelby Lynne”, album di cantautorato rock acclamato dalla stampa inglese e americana. Il disco le frutta pure un (tardivo) Grammy come migliore artista emergente. Forse un po’ ubriacata dal successo, una mossa falsa: arriva “Love, Shelby”, che viene prodotto da Glenn Ballard, deus ex machina di Alanis Morissette. E’ un flop clamoroso, viene universalmente riconosciuto come un’accozzaglia di suoni che snatura quel suono elegantemente roots che l’ha imposta con il disco precedente. Arriva la crisi, probabilmente l’ennesima. Ecco quindi un nuovo contratto discografico con la Capitol, e la decisione di fare tutto da sola: scrivere produrre. Risultato: un disco esemplare di roots rock americano, questo “Identity crisis”. Un disco che spiega e rinnova tutta l’attenzione ricevuta con “I Am Shelby Lynne”. Una capacità di scrittura invidiabile, una ancora più grande sapienza nell’arrangiamento, spaziando dal rock (“Gotta be better”) al jazz (“I will stay”) alla canzone tradizionale (“Lonesome”, che sembra uscire da un film degli anni ’50), al blues (“Evil man”), ma sempre mantenendo un’unità sonora di fondo, un’identità che sembra avere risolto ogni crisi.
Questa identità Shelby Lynne l’ha trovata in un suono più acustico e in una semplicità dichiarata fin dalla copertina, un ritratto in bianco e nero. Forse questo disco non farà gridare al miracolo come “I Am Shelby Lynne”, però ci restituisce un’autrice di razza, che ha capito che non le conviene fare la ruffiana come certe sue colleghe (vedi Sheryl Crow), alla ricerca del successo ad ogni costo. Meglio continuare in quello che si sa fare: le crisi di identità servono a capire proprio questo.

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