«THE EVENING OF MY BEST DAY - Rickie Lee Jones» la recensione di Rockol

Rickie Lee Jones - THE EVENING OF MY BEST DAY - la recensione

Recensione del 12 ott 2003

La recensione

Rickie Lee è una di quelle che temevamo avessero perso un po’ la bussola, a forza di navigazioni impervie tra cover d’autore, rivisitazioni minimaliste del “back catalog” e involuti esperimenti di canzone pop elettronica e postmoderna (quel “Ghostyhead” del 1997 che restava, fino ad oggi, la sua ultima collezione di inediti). Invece risponde ancora all’appello: come tanti reduci dati troppo presto per “missing”, per dispersi, su qualche isolotto dimenticato dell’arcipelago rock. Per ritrovare freschezza ed energie anche lei è tornata a calpestare sentieri conosciuti, proprio come tanti altri colleghi scopertisi improvvisamente in debito d’ossigeno e crisi di identità. Nel suo caso, quei sentieri sono lunghi e larghi come le highways e i boulevard di una Los Angeles romantica, sordida e bohemienne che forse esiste ormai solo nell’immaginazione: la LA del barrio messicano, dei juke joints malfamati e del denaro facile che la cantautrice venuta dall’Est (Chicago) descrisse mirabilmente ai suoi esordi. Tornano quelle atmosfere, tornano il jazz e il blues scintillanti e notturni nel nuovo disco della ex pupilla di Tom Waits: ed è un po’ come riascoltare, a tratti, quelle mini-sinfonie urbane, innaffiate di stordimenti alcolici e colori al neon, che fecero grandi dischi come “Rickie Lee Jones” e “Pirates”. C’è almeno una differenza sostanziale, però: dentro alle sue storie, stavolta, non ci sono più i vecchi compagni di baldorie, Bragger, Junior Lee o il Chuck E. innamorato di allora. Sullo sfondo si muovono invece personaggi più grigi e, paradossalmente, molto meno tranquillizzanti come il presidente George W. Bush in persona, l’ “Ugly man” a cui è dedicato, senza tante perifrasi, il pezzo d’apertura (essendo assai meno famosa di Eddie Vedder e delle Dixie Chicks, è presumibile che Rickie Lee correrà meno guai dei suoi colleghi). C’è molta “politica”, insomma, in un disco che rispolvera orgogliosamente lo spirito libertario dei Sixties e un nuovo desiderio di mobilitarsi per le cause importanti. E sono proprio la politica, e l’indignazione civile, a pompare sangue e carica nervosa in “Tell somebody”, trasformando un gospel/r&b alla Blues Brothers e dall’apparenza innocua in un polemico e tagliente pamphlet contro le insidie del “Patriots act”, il nuovo codice di restrizioni alle libertà personali imposto dall’amministrazione repubblicana Usa con l’obiettivo (o la scusa?) di prevenire e combattere il terrorismo. In altre parole: Rickie Lee ha alzato lo sguardo, ha qualcosa da dire e vuole dirlo subito. Dylan e Phil Ochs, Tom Paxton e Dave Van Ronk, nel Village newyorkese di quarant’anni fa, lo facevano strimpellando le loro chitarre acustiche e soffiando nelle loro armoniche a bocca. Lei, invece, sofisticata e matura signora (quasi) cinquantenne, usa il jazz e l’eleganza, i ritmi dispari e le sfumature per lanciare i suoi moniti e le sue invettive. “Ugly man” sfoggia eteree armonizzazioni vocali, un pianoforte sincopato e fiati in stile cinema anni ’50, “A second chance” ricorda invece la Mitchell pop-jazz e chiccosa di “Court and spark” (di cui Rickie Lee è sempre stata una sorellastra più beatnik e stradaiola). Jazz, fiati e pianoforti non sono gli unici ingredienti dell’impasto, però: “Bitchenostrophy” si muove al ritmo di bossa nova e di flauti lounge, con una voce fin troppo estenuata e ridotta ad un filo sottile (ma dove sono finite le tonalità basse e le arrampicate spericolate di “Coolsville” e “Last chance Texaco”?). Ci sono le slide countreggianti di “Lap dog” e gli arpeggi folk suggerito da David Kalish, vecchio compagno d’avventure che al concepimento di questo disco ha prestato una mano decisiva (“Sailor song” e “A tree on Allenford” ricordano moltissimo la prima Suzanne Vega). C’è anche una meravigliosa, lacerante chitarra elettrica in “A face in the crowd”, e c’è il blues sporco di “Mink coat at the bus stop”, uno dei migliori rimandi al passato burrascoso della Jones in una collezione altrimenti fin troppo immacolata e composta. Buona musica, comunque, perché la perizia degli accompagnatori è fuori discussione. E buone le intenzioni. Complice l’età che avanza, la Jones ha perso fatalmente un po’ della “selvaggeria” e della imprevedibilità di una volta. Ma la buona notizia è che l’“altra” America (esiste, esiste ancora) ha ritrovato nella sua musica un altro megafono importante.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

02. A second chance
05. Lap dog
06. Tell somebody (Repeal the Patriots Act now)
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