«THE WIND - Warren Zevon» la recensione di Rockol

Warren Zevon - THE WIND - la recensione

Recensione del 11 set 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Saremo cinici, o forse solo smaliziati, se diciamo che questo nuovo album di Warren Zevon non se lo sarebbe filato nessuno se il suo autore non avesse annunciato di essere malato di cancro terminale ai polmoni? Invece ecco servizi al TG1 e al TG3, pagine sui quotidiani nazionali. Fa impressione soprattutto sentire parlare di lui alla TV italiana, perché qui emerge la contraddizione: quelli del piccolo schermo sguazzano nel raccontare storie di dolore e morte, eppure questo non è proprio il caso. Zevon è morto pochi giorni fa, l'8 settembre, superando abbondantemente le previsioni di tre mesi di vita che gli fecero i dottori nell’agosto 2002. Ma, soprattutto, ha dimostrato in questi mesi di malattia un sarcasmo e una scarsa attitudine all'autocommiserazione che nulla ha a che vedere hanno con l’atteggiamento strappalacrime dei media generalisti. Zevon, per intenderci, è uno che ha reagito alla notizia dicendo “sarebbe un peccato dovessi morire prima dell’uscita del prossimo film di James Bond”.
Di questo sarcasmo sono piene le tracce di “The wind”. E, conoscendo il personaggio, né la cover di “Knockin’ on heavens door” o il finale di “Keep me in your heart” suonano autoindulgenti, ma solo un po’ malinconiche. E poi, Zevon chiede sì “conservartemi nel vostro cuore”, ma solo “per un pochino”... Questo “The wind” è una sorta testamento, quindi, ma non c’è pietismo nelle 11 canzoni. Anzi, Zevon dichiara di essere “Numb as a statue”, insensibile come una statua che ha bisogno di prendere in prestito o rubare un po’ di sensazioni agli altri. Anche la presenza degli amici di una vita non sembra autoindulgente. Ci sono Bruce Springsteen, Tom Petty, Don Henley, Timothy B. Schmidt, Joe Walsh, Jackson Browne, Ry Cooder, David Lindley, Dwight Yoakam, Emmylou Harris, T-Bone Burnett, tutti radunati a rendere omaggio al collega. Ma non dubitiamo che ci sarebbero potuti essere presenti anche se questo non fosse il suo disco finale, perché con questa gente Zevon ci lavora da quasi trent’anni. E poi, soprattutto, le presenze non sono mai gratuite e fine a se stesse, ma sempre finalizzate alle canzoni: nessuno è venuto a fare la prima donna, tutti si fanno sentire ma nessuno si mette in prima fila.
Traducendo: la migliore cosa che Zevon poteva fare per salutarci era incidere un bel disco. L’ha fatto, offrendo la sua migliore prova da un bel po’ di tempo a questa parte, con solidi rock come “Numb as a statue”, ballate come “She’s too good for me” e “Please stay”, blues come “Rub me raw”. Quando qualcuno dice che Zevon è la quintessenza della musica americana non sbaglia di molto: è un outsider, che non ha mai raggiunto la fama di alcuni colleghi, ma che ha continuato a fare musica - spesso ottima, ogni tanto meno convincente - , navigando a vista e con ironia tra le perigliose acque dell’industria, da cui non si è mai fatto inghiottire. Se il rock come lo conosciamo continua ad esistere è grazie a personaggi come lui, che lavorano nell’ombra. Quindi, peccato che i riflettori arrivino solo ora, ma sono davvero meritati, per la carriera e per questo disco.

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