«HOW THE WEST WAS WON - Led Zeppelin» la recensione di Rockol

Led Zeppelin - HOW THE WEST WAS WON - la recensione

Recensione del 27 mag 2003

La recensione

Los Angeles, fine giugno 1972, sono il luogo e il tempo dell’azione. Colti all’apice dell’esuberanza creativa, nella metropoli eletta a loro Camelot personale (o Babilonia, se si propende per altri miti e leggende che li riguardano più da vicino) , più che un dirigibile degli anni Trenta gli Zeppelin evocano il rombo fragoroso del Boeing 720 con cui, di lì a poco, inizieranno a solcare i cieli degli Stati Uniti d’America. Parte la sequenza iniziale di queste registrazioni d’archivio scovate di recente da Jimmy Page (“Immigrant song”/ “Heartbreaker” / “Black dog”: compilata, come il resto del programma, pescando da due diversi concerti, all’ LA Forum e alla Long Beach Arena), e si viene subito tramortiti da una scarica di uppercut sonori degna di un Tyson. O di un George Foreman, per tornare all’epoca in questione. Lo Zeppelin ha i motori a pieno regime, in rapida trasvolata tra il blues stravolto delle origini e l’intrigante schizofrenia elettroacustica della maturità, la fame di conquista dei primi tour nordamericani e la grandeur fissata nelle immagini dell’autocelebrativo film “The song remains the same”. A voler usare lo spartiacque più abusato: siamo nel dopo “Stairway to heaven”, che ai tempi di queste registrazioni i Fantastici Quattro eseguono immancabilmente in concerto ormai da quasi quindici mesi (la prima esposizione live, rammentano gli storici, è del marzo 1971); in questo caso, in una versione leggermente più “sporca” e rauca (nella voce di Robert Plant) di altre. Il successivo, controverso album “Houses of the holy” è alle porte, e la band ne fornisce qui qualche anticipazione: una “Over the hills and far away” ispessita dall’assenza delle sovraincisioni di chitarra acustica, e poi il riff pop ed orientaleggiante di “Dancing days”, e il funk-rock granitico di “The ocean” e “The crunge” (nascosta nelle pieghe della jam di “Whole lotta love”). Il resto della (virtuale) scaletta oscilla tra l’allucinata psichedelia blues dei primi Zeppelin (come “Whole lotta love”, anche l’irrinunciabile tour de force di “Dazed and confused” supera abbondantemente i venti minuti), il rock squadrato e anfetaminico dei loro “anthem” più celebri e il folk gentile di certe pagine di “Led Zeppelin III” e “IV”. Il trittico acustico, con le dolcezze westcoastiane di “Going to California” e “That’s the way” e lo skiffle battente di “Bron-yr-aur stomp”, la dodici corde cristallina di Page e i ricami al mandolino di John Paul Jones, è una delle delizie dimenticate di questo triplo CD. Ma anche altrove, come ben sa chi conosce la storia del quartetto (e magari anche i suoi bootleg), non è solo metallo pesante e colata lavica quella che sgorga dalla chitarra di Page (indemoniata più di un Marilyn Manson), dalle tonsille di Plant (acciaio o velluto, a seconda dalle circostanze) e da una sezione ritmica che è stata una vera e propria invincibile armada del rock and roll (si ascolti il brano omonimo per conferma).
“Since I’ve been loving you”, il loro rock blues più pregiato, ha la sofferenza torturata di una “Ball and chain” (e se Plant rivaleggia con Janis Joplin, come ha scritto recentemente qualche critico inglese, nessun James Gurley poteva tirar fuori un assolo come quello di Page). “What is and what should never be” sfodera sfumature e morbidezze jazzy sconosciute a qualunque altro paladino dell’heavy rock (per non parlare dei fantastici giri di basso di Jones). E ovunque giganteggia, naturalmente, il drumming di “Bonzo” Bonham: che in certi casi suona come i quattro batteristi di Allman Brothers e Grateful Dead messi assieme. Con i parametri estetici di oggi, non è facile digerire il suo infinito assolo su “Moby Dick” (o le torture che Page infligge con un archetto di violino alla sua Gibson nel mezzo di “Dazed and confused”); e forse le “BBC Sessions” di qualche anno fa permettevano un ascolto più concentrato, grazie proprio alla stringatezza imposta dai limiti dei “tempi” radiofonici. Ma queste due ore e mezza di performance “vintage” svolgono alla perfezione il loro compito: spiegare che razza di kolossal epico fosse un concerto degli Zeppelin al massimo della forma. Con, in più, quell’elemento di avventura, frenetica passione e imprevedibilità che quasi tutti i loro epigoni si sono scordati. Non perdetevi la possibilità di vederli in azione (proprio loro, il gruppo meno ripreso dalle telecamere nella storia del rock) nell’ancor più monumentale DVD di oltre cinque ore uscito in contemporanea a questo triplo CD. C’è da uscirne frastornati, forse. Ma anche conquistati, o meglio soggiogati: con gli Zeppelin non ci sono mai state mezze misure, dentro e fuori dal palco.

(Alfredo Marziano)
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