«CONCERTO PER MARGHERITA - Riccardo Cocciante» la recensione di Rockol

Riccardo Cocciante - CONCERTO PER MARGHERITA - la recensione

Recensione del 23 ago 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Innanzitutto, sarà davvero un classico italiano, il “Concerto per Margherita”? E lo saranno “Bella senz’anima”, “Poesia”, “Quando finisce un amore”? Lo sarà Cocciante stesso, che - a seconda del mercato sul quale s’affaccia - si fa chiamare ora Riccardo, ora Ricardo, ora Richard? La biografia - nato in Vietnam, a Saigon, il 20 febbraio del ’46 da padre italiano e madre francese, immigrato si presume non clandestinamente in Italia, a Roma, all’età di 13 anni - aiuta e non aiuta, anche se l’impressione è che Cocciante si senta francese almeno quanto italiano, e lo dimostrano dischi come “Au clair de tes silences” dell’80, o “Vieille”, pubblicato due anni dopo, dei quali non esiste una versione italiana. E se a onor del vero l’album del debutto, il pasticcio-quasi-prog “Mu”, del ’72 - attribuito peraltro a Richard Cocciante, anche se la ristampa su cd metterà le cose a posto - è in italiano, “Notre Dame du Paris”, frutto maturo e fortunatissimo della collaborazione con la stagionata star d’Oltralpe Luc Plamondon, è nata in francese. Idea: freghiamocene. Italiano o no, un classico resta, e questo “Concerto per Margherita” classico tra i classici è.


Siamo nel 1976; oltre a “Mu”, Cocciante ha già pubblicato (in Italia, lasciamo perdere le stampe estere perché finirebbe in emicrania con aura) tre ellepi - “Poesia”, “Anima” e “L’alba” -, ma è un artista considerato soprattutto da singolo, anche se dalla spulciatura delle classifiche annuali si ricava che non è proprio così: se “Anima” nel ’74 non va oltre il diciassettesimo posto e “L’alba” l’anno dopo non supera il quindicesimo, entrambe raggiungono la vetta, mentre per quanto riguarda i 45 giri, “Bella senz’anima” risulta il settimo più venduto del 1974 (con la conquista della posizione eletta), e “L’alba” non va oltre il diciassettesimo nel ’75 (ma raggiunge la piazza d’onore).
Insomma, com’è come non è, Cocciante si ritiene maturo per il grande salto, e fa bene (se ne accorgerà anche il suo commercialista: sia il singolo “Margherita”, sia il 33 scaleranno la hit parade, risultando alla fine del ’76 il quarto e il decimo disco più venduto dell’anno nelle rispettive categorie). Artisticamente parlando, abbiamo a che fare con una sorta di album-concept, un vezzo più da band progressive che da cantautore, ammesso e non concesso che Riki lo sia fino in fondo; il disco, prodotto da Marco Luberti (anche paroliere al cento per cento), è arrangiato da quel mostro sacro di Vangelis, che già da cinque anni ha affondato l’elegante, ma un po’ troppo esile vascello degli Aphrodite’s child, optando per una carriera solista in proprio o conto terzi.
Mr. Papathanassiou conosce bene il mercato italiano: l’Italia ha coperto d’oro la sua band, in italiano ha addirittura inciso un singolo con il prolifico trio (“Lontano dagli occhi” di Sergio Endrigo, retro “Quando l’amore diventa poesia”, mancato hit di Orietta Berti, sissignori), e da arrangiatore nel nostro Paese si è già scaldato i muscoli con Claudio Baglioni. Vangelis impreziosisce le musiche senza esagerare con l’elettronica (ma ce n’è molta più di quanto sembri, come sempre quando il lavoro è fatto bene), sottolineando il valore aggiunto dell’album - l’ugola di Riccardo -, ma tenendo a freno, in questo sicuramente aiutato da Luberti, la qualche volta troppo esuberante vocalità di Cocciante.
Il resto, e quale resto, lo fanno le canzoni: se “Margherita” - introdotta dalla prima parte di “Nonostante tutto”- è il capolavoro che tutti sappiamo, “Sul bordo del fiume” (un inizio che ricorda “I started a joke” dei Bee Gees) è uno splendido brano “da cantautore”, sì, con un memorabile testo di Luberti (“E a un tratto l'amico più caro che passa/che nuota veloce ma contro corrente/e i suoi denti più bianchi per un largo sorriso/Oppure è soltanto una smorfia di rabbia/che stringe la lama di un lungo coltello/oppure è la penna più bianca di uccello/E mi ha chiesto perché non ti butti "Fratello"”), Luberti che in “Inverno” fa quasi il verso a De Gregori: “e non c'è più nient'altro/nient 'altro da capire/e son tutte qui le cose che ho/da dire”.
Intro “da Vangelis”, con le tastiere elettroniche impegnate in fuochi artificiali da “oooh” di meraviglia, per “Primavera”, che si rivelerà invece uno dei brani musicalmente più tradizionali del disco, “Violenza” propone l’ardito contrasto tra una musica quasi alla Guardiano del faro e la crudezza delle parole (“Mentre la luna si specchiava nel fosso/lui ti ha strappato i vestiti di dosso/e ti ha buttata per terra bocconi/e non si è tolto nemmeno i calzoni”): Cocciante è roco di rabbia, una rabbia che presto lascia il posto alla rassegnazione.
Dimenticabile “Ancora” (ma alla fine sembra quasi di risentire il Theremin dei Beach Boys di “Good vibrations”), cocciantiana fino al midollo è “Quando si vuole bene”, che fa molto “canzone francese”, con il classico crescendo “dove il tempo è tutto, e dove tutto è niente/vivere nel vento mente nella mente”. “Quando me ne andrò da qui” (sgrat, scusate, sgrat sgrat) racconta “quel” momento con grande serenità, forse più nella musica che nel testo (per caso, qualcuno ha mai visto ridere Luberti?), e lascia spazio al gran finale, con la ripresa di “Nonostante tutto”: “Nonostante tutto/io vivrò”. E poi “nanana nanana nanana nanana nanana nanana”, la batteria che ci dà dentro, cori maestosi, e ancora “nanana nanana nanana nanana nanana nanana”, la musica sfuma, sul palco vuoto un uomo piccolo e stanco. È la fine, o forse è solo l’inizio.

 

TRACKLIST

04. Inverno
07. Ancora
10. Nonostante tutto ( II parte )
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