«LOVERS SPEAK - Joan Armatrading» la recensione di Rockol

Joan Armatrading - LOVERS SPEAK - la recensione

Recensione del 26 mag 2003

La recensione

Che piacere tornare a parlare di Joan Armatrading. E non solo per rendere giusto omaggio a una artista che, come qualcuno ha giustamente ricordato in passato, ha preceduto di un buon quindicennio l’altra ragazza “coloured” con la chitarra, Tracy Chapman. Il fatto è che ancora oggi la cantautrice delle Indie Occidentali (naturalizzata inglese) sfoggia, a seconda dei casi, corde vocali di seta o d’acciaio, personalità d’interprete poliedrica e mutevole, l’eleganza di una gazzella e l’istinto selvatico di un felino. Non ha neanche disimparato, per fortuna, a scrivere canzoni in quell’inconfondibile lingua tutta sua che abita una terra di nessuno incuneata tra folk, pop, soul, reggae e jazz, brume inglesi e sole dei Caraibi. Senza mai aderire completamente a un genere o a uno stile che non sia quello nato dalla sua penna e dal suo singolare tratto musicale (ha ragione chi la paragona, in questo senso, a Van Morrison: altro “maverick” abituato a ruminare in diversi pascoli musicali prima di sputar fuori le sue personalissime rimasticature). Bisogna dirlo: “Lovers speak” non passerà alla storia come il suo disco più bello (era meglio il precedente e già lontano – 1995 – “What’s inside”, con quell’elegante “pop da camera” e gli arrangiamenti inventivi per piccola orchestra), ma Joan è stata comunque brava a fare di necessità virtù. Scaricata dalle major discografiche e meritoriamente recuperata sulla scialuppa Telstar, etichetta “indie” ora affiliata alla Warner, ha dovuto optare giocoforza per un disco low budget che la vede destreggiarsi fra tutti o quasi gli strumenti necessari (pianoforti, tastiere, bassi, chitarre elettriche e acustiche) con l’eccezione di batteria e percussioni. Lontana, dunque, l’epoca in cui erano maghi del suono come Richard Gottehrer e Steve Lillywhite a cucire abiti deluxe intorno al corpo snello e robusto delle sue canzoni (se è per questo, sono distanti anche anni luce i tempi in cui, erano i primi anni ’80, Joan riempiva anche i teatri tenda italiani…): ma non c’è da rimpiangerli, anzi, perché la Armatrading più vera e poetica è quella anteriore alla fama effimera legata alla svolta rock di “Me myself I” e di “Drop the pilot”. Dopo l’annacquamento elettronico dei ’90, gli anni dello sbandamento e della perdita di bussola artistica, la dieta a base di suoni organici e prevalentemente acustici ha fatto bene alla salute della cantautrice, che spalma di abbondanti e affettuosi ricordi il tragitto di questo disco fatto in casa. “Lovers speak”, il pezzo che intitola il disco, ha il ritmo mosso e le aperture solari di certi suoi classici “uptempo”. “Physical pain” sfoggia gli stop and go dei suoi brani più fusion, “Prove yourself” abbozza un pimpante ritmo country/blues, e “Ocean” e “In these times” si accodano alla galleria delle sue ballate pianistiche più limpide ed intimiste. Non è finita: “Fire and ice”, con la voce sdoppiata su due tracce, “Less happy more often” e “Crazy for you” rammentano che la Armatrading possiede una varietà chiaroscurale nella voce che le permette di svariare con naturalezza dal falsetto ad un registro grave da “big mama” del blues. E “Love bug”, ornato da un sax e da una tromba, è una parentesi accattivante in odor di “cool pop”, un sigillo spensierato e scherzoso a un disco che trasuda serenità d’animo e fluido mestiere. Manca, in tutto questo, la scintilla di un’ispirazione superiore, la canzone capace di sollevarsi dalla cintola in su sulle altre, ed è un peccato. La contemporanea pubblicazione di “Love and affection”, doppio antologico sul periodo A&M, introduce un paragone scomodo: qui, purtroppo, non c’è una “Willow” (quattro minuti e mezzo di pura magia). E neppure una “Less than zero” o una “Show some emotion”, fantastiche e sottovalutate avventure musicali di un periodo irripetibile. Ma è confortante riscoprire la Armatrading con quel poco che le basta per catturare l’attenzione: voce piano e chitarra, appunto. Per stavolta ci accontentiamo così.
(Alfredo Marziano)
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