«THE GOLDEN AGE OF GROTESQUE - Marilyn Manson» la recensione di Rockol

Marilyn Manson - THE GOLDEN AGE OF GROTESQUE - la recensione

Recensione del 15 mag 2003

La recensione

Picchiare la testa sempre contro lo stesso muro può essere un modo efficace per farlo andare giù? Forse Marilyn Manson pensa di sì, data la tenacia con cui conduce la sua personale crociata anti-bigotti. Oppure si guarda bene dal modificare l'immagine di personaggio scandaloso che gli ha procurato un posto nei quartieri alti dello show-biz. Bisogna dargli atto che la fantasia dei suoi detrattori non è travolgente e le obiezioni nei suoi confronti restano più o meno sempre le stesse (soprattutto la nefasta influenza sui poveri ragazzi che diventano violenti e antisociali dopo avere ascoltato i suoi dischi). Ma "The golden age of grotesque" mostra che anche Manson rischia di adagiarsi sulla replica di un copione collaudato. Buona parte dell'ispirazione dell'album, stando alle dichiarazioni di Manson, arriva dagli anni '30 ed è soprattutto la title-track a giustificare l'affermazione: nel testo si usano espressioni come "scabaret sacrilegends" e "it's a Dirty Word Reich" e l'andamento del brano ha un vago sentore da cabaret berlinese. Le colonne portanti del suono del disco restano comunque l'elettronica e i riffoni di chitarra di derivazione metal. In pratica, la zuppa che Brian Warner ha sempre cucinato. Questa volta però c'è una particolare insistenza su un'alternanza fra piano (strofe cadenzate) e forte (ritornelli fragorosi) ormai sfruttata in tutti i modi possibili da una miriade di gruppi rock di qualsiasi specie. Niente di male, dato che lo stile resta comunque riconoscibile, ma resta la fastidiosa impressione che Manson si accontenti di rigirare la stessa formula, applicandola di volta in volta a una cupa marcia industrial ("Ka-boom ka-boom"), a un rock più veloce e aggressivo ("Doll-dagga buzz-buzz ziggety-zag"), a inni da headbanger ("Use your fist and not your mouth" su tutti). "Para-noir" sfugge parzialmente alla regola, mettendo in sequenza un curioso montaggio di voci femminili - donne che spiegano i motivi per farsi il buon Manson - e la risposta dell'oggetto del desiderio. Che, prevedibilmente, le detesta ma non è chiaro se approfitti comunque della disponibilità. In breve, i fans affezionati non dovrebbero restare delusi: i tratti distintivi del loro beniamino ci sono tutti, dal pessimismo apocalittico agli slogan provocatori, e la parte visuale (che qui è importante quanto la musica) si mantiene all'altezza del passato. Per chi si aspetta qualche sorpresa dal performer più estremista del rock mainstream, "The golden age of grotesque" potrebbe essere una mezza delusione.

(Paolo Giovanazzi)
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