Recensioni / 16 mag 2003

Dandy Warhols - WELCOME TO THE MONKEY HOUSE - la recensione

WELCOME TO THE MONKEY HOUSE
Emi (CD)
Con una copertina così (parto dell’artista neo-pop Ron English) si è già a metà dell’opera. Nel senso che è quasi impossibile passare inosservati. Il rovescio della medaglia sono i paragoni scomodi con cui bisogna fare i conti: il che, però, sembra non preoccupare affatto i Dandy Warhols, gruppo super-trendy e dalla notevole faccia tosta, strisciato nelle pieghe della coscienza musicale collettiva grazie ad una canzone smaccatamente stonesiana (“Bohemian like you”) e alla ubiqua campagna TV di un noto operatore telefonico. Ancora gli Stones, e i Velvet di Lou Reed, vengono esplicitamente evocati sulla busta del nuovo CD, fulminante e divertente sintesi iconografica tra “Sticky fingers” e il celeberrimo album della “banana”, entrambi di leggendaria e warholiana memoria. Se però cercate nella musica riferimenti analoghi, stavolta non li troverete, a parte qualche debolissimo segnale sullo sfondo. I Dandy Warhols continuano ad essere modernisti e passatisti, rètro e à la page (se no non piacerebbero mica ai pubblicitari, o ai curatori di colonne sonore: che invece li adorano), trasandati ed elegantissimi, snob e (fintamente) ordinari nel loro essere giovani bohemienne americani. Ma stavolta si sono voluti fermare più vicino, nella loro ricerca a ritroso, rispolverando le icone di una band che i rockers puri e duri dei primi anni ’80 (chi seguiva i Clash e i Jam, insomma) amava odiare: i Duran Duran di Simon LeBon (la cui voce in falsetto spunta tra i cori di una canzone, “Plan A”) e di Nick Rhodes, che presta le sue tastiere vintage e siede per tutto il percorso in cabina di pilotaggio al fianco del vocalist e frontman Courtney Taylor-Taylor. Compito suo, quello di ricreare in vitro il techno pop grezzo e ruspante del primo album dato alle stampe dalla celebre band d’Albione (1981, appunto), prima che le levigatezze glamour e i videoclip di “Rio” gli regalassero fama e status divistico planetario. Missione compiuta, diremmo, anche se qualcuno storcerà sicuramente il naso, di fronte ad un disco che occulta il rock and roll e le chitarre sotto una patina di elettronica e ritmi moderatamente danzerecci (un po’ come fanno, su territori diversi, i nostri Subsonica). Eppure la miscela funziona: hanno ragione, i ragazzi di Portland, quando sostengono che ridurre il feedback e il volume delle sei corde ha dato “spazio” e dinamismo alle canzoni, soprattutto quando queste – succede soprattutto nella seconda parte del disco – sono meglio architettate sul versante melodico e prendono anche, qua e là, qualche svolta inattesa e moderatamente “sperimentale”. Sono sfacciatamente bowiane, “I am sound” e “You were the last high” (la seconda soprattutto, quasi un remake di “Ashes to ashes” composto da Taylor a quattro mani con il redivivo Evan Dando), eppure i Warhols hanno dalla loro la freschezza e la sfacciataggine necessarie per non incorrere nel plagio fine a se stesso. Altrettanto didascalica, eppure niente affatto stantia, è la resurrezione dei T.Rex operata in “Hit rock bottom”, complice il produttore originario di Bolan & Co, Tony Visconti: da consumati attori, i Dandys entrano nella parte risultando ancora una volta credibili, anziché ridicoli (saranno anche dei “poseur”, come dice qualcuno: ma degli insipidi scimmiottatori, questo no). “Insincere because I”, invece, ne propone il volto più etereo ed angelico, con un bel concerto di voci che rimanda all’imprescindibile Brian Wilson come ai 10 CC di Godley e Creme. Mentre la conclusiva “You come in burned” è l’altra parte della medaglia, un pezzo giocato sul registro minimale ed ossessivo e avviluppato intorno ad uno scheletro di elettronica e percussioni: una traccia che varrebbe forse la pena di esplorare in futuro. L’influenza di Rhodes, viceversa, è più forte nel primo mazzo di canzoni, scandite da tastiere sintetiche, beat elettronici e chitarrine sincopate (c’è pure Nile Rodgers a dare una mano in “The scientist”) e ornate da ritornelli adeguatamente aggraziati (“We used to be friends”, coretti e battimani da “singolo”, è infatti il pezzo prescelto per il lancio). A chi scrive piace soprattutto “I am over it” per la sua strascicata ossessività, il resto un po’ meno. Sarà perché anche noi, lo confessiamo, eravamo tra coloro che, negli anni ’80, amavano odiare i Duran Duran.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Welcome to the monkey house
02. We used to be friends
03. Plan A
04. The dope (Wonderful you)
05. I am a scientist
06. I am over it
07. The Dandy Warhols love almost anyone
08. Insincere because I
09. You were the last high
10. Heavenly
11. I am sound
12. Hit rock bottom
13. You come in burned