«WORLD WITHOUT TEARS - Lucinda Williams» la recensione di Rockol

Lucinda Williams - WORLD WITHOUT TEARS - la recensione

Recensione del 12 mag 2003

La recensione

Americana è un’etichetta suggestiva e tutto sommato efficace, che negli ultimi anni ha contribuito a dare una rinfrescata d’immagine al quell’ampio schieramento rock e cantautorale che ripiega sulle musiche delle “radici” per ridisegnare una nuova epopea di frontiera e affermare la propria origine e identità culturale. E mentre qualcuno propone già di metterla in soffitta, succede che qualche neo-tradizionalista sia diventato improvvisamente “cool” (nel senso che fa figo parlarne, e parlarne bene), anche in circoli insospettabili. I Wilco di Jeff Tweedy ci sono arrivati destrutturando e scompaginando il loro progetto sonoro in “Yankee hotel foxtrot”, un disco che ha riscosso ulteriore credito per essere stato rifiutato dalla major Elektra. Altri, come Ryan Adams e Lucinda Williams (compagni di scuderia discografica alla Lost Highway: e forse non è una coincidenza) non hanno dovuto fare altro che restare fedeli a se stessi, e aspettare. La signora della Louisiana, non proprio di primo pelo (50 anni), è oggi un personaggio insospettabilmente trendy a dispetto degli stivali e dei cappelli da cowgirl che, a differenza di quelli di Madonna, non facciamo fatica ad immaginare inzaccherati di vera polvere e vero fango: in America ai suoi concerti accorrono anche gli adolescenti svezzati da MTV, e una rivista come Spin si prende il lusso di infilarla tra i 40 artisti “caldi” del momento, sulla scia di Eminem e Radiohead (vedi News). Bene così: perché oggi che Michelle Shocked ha cambiato giro vagabondando per chiese gospel ed esperimenti dub non ci sono cantautrici con la chitarra in grado di starle al passo. Un passo solitamente lento e costante, da balladeer, che nel nuovo disco prende velocità e una piega decisamente elettrica, fortemente voluta dopo l’intimismo dolente che caratterizzava il precedente “Essence”.
Una band tosta e affiatata di quattro elementi (con lei sono il chitarrista Doug Pettibone, il bassista Taras Prodaniuk e il batterista/tastierista Jim Christie: un disco senza guest star, finalmente!), più un produttore/ingegnere del suono, Mark Howard (già con Dylan, U2, R.E.M., Marianne Faithfull e Daniel Lanois), specialista nel conservare smalto e calore naturale a plettri, legni e corde, complici i riverberi e le risonanze ambientali di una grande “mansion” degli anni ’20 annidata nel bel mezzo di Los Angeles e adibita a sala di registrazione: e “World without tears” ha dalla prima nota all’ultima il suono giusto per fare innamorare chi tra folk, rock, country e blues insegue tuttora un suo personale sogno americano (sempre più distante, va da sé, dalla realtà della cronaca). Sarà merito del patrimonio genetico - il padre, Miller, è un noto scrittore e professore di letteratura - ma Lucinda ci sa fare anche con le parole: schizza con esemplare parsimonia e qualità “cinematografica” (un po’ alla Altman, un po’ alla Lawrence Kasdan) quadretti di ordinaria esistenza, piccola gente inquieta in continuo spostamento tra i punti della mappa geografica (“Ventura”, “Minneapolis”, La Grange) e stati d’alterazione mentale, s’inventa personaggi che amano Neil Young e John Coltrane, e donne dal cuore infranto che annusano tra essenze floreali e frutti colorati le tracce di un amore perduto (“Fruits of my labor”). La ballata elettrica, un country/honk desolato e poetico quanto quello di Gram Parsons, resta la sua chiave stilistica prediletta, tra gli slanci soffocati di “Those three days”, i suoni sparsi e rarefatti di “Words fell” e quella bellissima title track che, usando il paradosso, ci racconta che di lacrime il mondo è ancora pieno. Ma il rock and roll si riprende qui la sua bella fetta di palcoscenico: le corde e le dita di Lucinda (e del solista Pettibone) sanguinano davvero, quando grattugiano riff alla Keith Richards in “Real live bleeding fingers and broken string guitars”; scelgono la musica del diavolo (un blues sulfureo e ostinato alla John Lee Hooker, corretto Tom Waits e con una voce sporca alla Mary Gauthier) per attaccare in “Atonement” le manipolazioni dei predicatori evangelici da quattro soldi; materializzano lo spirito di Jim Morrison e dei Doors in un liquido, ipnotico talking rap sull’ “American Dream” visto al rovescio, dalla parte dei diseredati e dei drop out. Lucinda sa anche modulare i toni, con una voce che pure non è il massimo della varietà timbrica: “Sweet side” è un midtempo inequivocabilmente dylaniano (a partire dal testo chilometrico e scioglilingua) che la Williams canta con una vocalità stropicciata alla Patti Smith; e in “Righteously” sussura parole di fuoco ad un ruvido amante con una sensualità che non le conoscevamo. Sono canzoni scritte sopra e sotto pelle da una moderna, credibile, battagliera e fragile “cowgirl in the sand”. Finché in giro circola musica come questa, l’American Dream resta un sogno infrangibile. A dispetto di tutto e di tutti.
(Alfredo Marziano)
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