ARIA

VM 2000 (CD)

Segui i tag >

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

Peccato che nel passaggio dal vinile al cd, di questo album sia andata persa l’etichetta, quell’inconfondibile etichetta verde con il logo della Harvest che gli appassionati dell’epoca - siamo nel 1972 - si erano abituati a trovare sugli ellepi dei Pink Floyd e dei Deep Purple, ma anche della Third Ear Band e di Kevin Ayers. Funzionò da certificato di garanzia, quell’etichetta, pur se il primo disco di Alan Sorrenti non ne avrebbe avuto bisogno, denso e ispirato com’era.


Chi l’ha incontrato negli ultimi domicili conosciuti, fosse una puntata di “Anima mia” o la copertina di “Miami” (ennesimo tentativo di ritrovare - da bravo napoletano - un posto al sole), si sarà chiesto se sia davvero esistito, quel bel ragazzo magro con il capello fluente e la barba discreta, vestito ora come un giovane beat, ora come un eremita, una voce che nessuno aveva mai avuto il bene di ascoltare prima e forse mai si sarebbe ascoltata dopo sotto questi cieli.
Tant’è che chi sa, si mette subito a guardare e cercare altrove: lontano lontano tipo Los Angeles e dintorni, dove si era fatto notare un certo Tim Buckley; nella più vicina Gran Bretagna, terra natia della madre di Alan, la cantante gallese - e futuro tenente di vascello della marina inglese - Jenny Gwendalin Thomas (il padre, Francesco Sorrenti, è un pittore partenopeo), dove si agitano quei Van De Graaf Generator che al secondo album di Alan avrebbero prestato il flautista Dave Jackson, ma nei sogni di Sorrenti avevano già inviato il tenebroso cantante Peter Hammill; e anche a due passi da casa, Positano, dove per qualche tempo aveva messo radici un altro signore delle ottave, l’ex chitarrista di Donovan Shawn Phillips.
Ma se questi sono i nomi che sempre si fanno a proposito di Alan Sorrenti, forse sarebbe ora di smetterla e riconoscere che “Aria”, tanto la lunghissima suite (per la miseria di sette secondi non taglia il traguardo dei venti minuti) quanto il disco intero, brilla di luce propria, una luce - anzi - tanto abbagliante da aver finito col rovinare la vista del ragazzo Alan. Che non riuscirà più a vederci chiaro fin dal terzo ellepi, dopo la faticosa, sofferta conferma del secondo, dal chilometrico titolo “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (registrato a Londra con il già citato Jackson e il tastierista dei Curved Air Francis Monkman tra gli altri) e lo strepitoso cammeo vocale di “Una bambina”, un brano comparso nel primo album omonimo dei Saint Just della sorella Jenny, uscito nel ’73 come l’”Incensiere”, sempre per la Harvest.
“Aria, in ogni angolo della mia stanza io ti sto cercando”: introdotta da un rassicurante tappeto di chitarra arpeggiata, la voce di Sorrenti fa capire da subito che cosa ci aspetta e cosa ci ha preparato in combutta con il tastierista e arrangiatore Albert Prince; Alan la manipola e la stira come plastilina, l’accarezza e la maltratta, la scaglia e la ritira, un boomerang che prima di tornare nella mano del lanciatore disegna un solco nel nostro cuore e nel nostro cervello. Canta parole talvolta inintelligibili, questa voce, ma non sono certo i testi - pure non spregevoli, quello della delicata “Vorrei incontrarti” su tutti - che la faranno ricordare. Anzi, diciamolo: chissenefrega dei testi, non si finisce mai di dare ragione a Jonsi Birgisson dei Sigur Rós. Anche perché le parole spesso ingannano - cos’è, o forse meglio chi è quest’Aria sul cui corpo il corpo di Alan si muove lentamente? -, la musica mai. Soprattutto se ci si mettono manine sante come quelle del violinista jazz Jean Luc Ponty (chissà quanto l’avranno pagato, soldi comunque meritatissimi), le braccia e le gambe vigorose del batterista e percussionista Antonio (poi Toni) Esposito, il polso sciolto di Vittorio Nazzaro (basso e chitarra). E dicono la loro anche la tromba di Jean Costa e il trombone di André Lajdli, il basso con arco di Tony Bonfils, qualcosa avrà fatto pure la ballerina spagnola Martin Paratore altrimenti non l’avrebbero inserita nei credits. Per finire - last but not least - con Prince: lucente la stoffa, fantasioso il taglio, ma se il vestito cade bene è in buona parte merito del suo piano e del suo Hammond, del mellotron e dell’Harp.
Dopo un paio di violenti temporali e qualche precario momento di bonaccia, il disco si chiude in gloria (apparente) con gli uccelli che cinguettano e le api che ronzano, ma sono subito rumori di fuori e allucinanti rumori di dentro: il “Fiume tranquillo” forse non è poi così tranquillo, la mente di Alan “piena di cose, piena di viti, cacciaviti, piena di chiodi” troppo presto abbandonerà la musica al suo destino, e verranno “Figli delle stelle” e “Donna Luna”, magari “Sessualmente magica”, ma la magia vera non tornerà. Fuori i cancelli della fabbrica non c’è nessuno; anzi, a guardar bene non c’è più neanche la fabbrica.