«FEAST OF WIRE - Calexico» la recensione di Rockol

Calexico - FEAST OF WIRE - la recensione

Recensione del 17 apr 2003

La recensione

Chiunque abbia ammirato i grandi film western sa che le storie raccontate da grandi registi come Peckinpah, Ford e Leone non si limitavano a fotografare due “pistoleros” che si affrontano fuori dal saloon per stabilire chi è la pistola più veloce. Le grandi saghe del Far West narravano le vicende di un popolo alla disperata ricerca di un futuro, di una casa, che doveva combattere ogni giorno per la propria soppravivenza.
Tutto questo immaginario è stato idealizzato da Joey Burns e John Convertino, due musicisti statunitensi che, dopo aver militato per anni nei Giant Sands, hanno deciso di stabilire la loro base operativa a Tucson iniziando a scrivere canzoni con il nome di una cittadina al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, Calexico. Lì dove il passato sembra essersi ancora fermato e il deserto è ancora un temibile avversario da affrontare.
“Feast of wire” è il loro quarto disco; un lavoro che, fin dai primi ascolti, si segnala per l’acquisita maturità artistica dei due. Se in “Hot rail” (2000) i Calexico sembravano attratti dal Messico e dagli spazi desertici, in questo nuovo disco pare palese una volontà di allargare il proprio spettro sonoro. In “Feast of wire” troviamo le canzoni da cantare attorno al focolare, come l’introduttiva “Sunken waltz”, il suono delle orchestre mariachi (“Across the wire”), e i grandi temi musicali di “Stucco” e “Close behind”. Ma Burns e Convertino hanno deciso di fare un passo in avanti e di andare oltre i confini musicali sinora seguiti. Ed è così che tra le canzoni western, troviamo un brano pop come “Not even Stevie Nicks” (dedicato alla celebre voce dei Fleetwood Mac), e una coinvolgente inprovvisazione jazz (“Crumble”).
Non c’è da stupirsi: come il popolo che viveva nel far west ha saputo costruire una società che in breve tempo si è evoluta, anche la musica è stata capace di trasformarsi. E così, non è affatto un caso che a concludere il disco sia una canzone, “No doze”, che riassume perfettamente il mondo sonoro dei Calexico accostando una chitarra elettrica, una acustica ed un violoncello: una sorta di brano post-rock pieno della memoria dei tempi che furono.
Le canzoni scritte da Burns e Convertino sono diventate un nuovo classico. Amano il passato tendendo un occhio al futuro: un libro di storia non ancora finito.


(Giuseppe Fabris)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.