«IN CATTIVITA' - Quintorigo» la recensione di Rockol

Quintorigo - IN CATTIVITA' - la recensione

Recensione del 16 apr 2003

La recensione

Uno di quei dischi che non puoi abbandonare nel lettore e metterti a fare altro mentre la musica va. Perdonateci l’italiano un po’ imbrogliato ma, appunto, ci è difficile scrivere in modo perfettamente consequenziale, poiché in questo preciso istante stiamo ascoltando la traccia 11 di “In cattività”. Che è il terzo album, il più sperimentale, il più teatrale, il più complesso dei Quintorigo.
I cinque ragazzi – quattro, i musicisti, diplomati in Conservatorio; il quinto, il cantante John De Leo, semplicemente un genio – non sono certo partiti “facili”: non è facile usare strumenti classici come violino violoncello contrabbasso sassofono per fare canzoni, insomma roba leggera.
Che poi leggeri fino in fondo loro non lo sono mai stati, né ai tempi di “Rospo” (l’esordio) né quando è uscito “Grigio” (il secondo disco). Da allora sono passati tre anni: lunga pausa di riflessione, un sacco di attività in mezzo, e poi una complicata accumulazione di materiale. Da cui è nato – finalmente – “In cattività”: un nome emblematico, che indica desideri repressi per molto tempo, e poi cambi di rotta, scarti improvvisi. Infatti il disco, ora che c’è tutto, è proprio così: segmentato, stratificato, fratturato e poi ricomposto. Parte del materiale è finito in una colonna sonora (“La forza del passato”, diretto da Piergiorgio Gay). Parte è diventata una suite surreale in tre parti (“Raptus”), una specie di album nell’album. Parte è “stemperata” dall’intervento esterno: Fossati canta in “Illune” e “Dimentico”, che qui dentro non sono i momenti più autentici ma servono senz’altro da spunto alla stampa, che dei dischi non sa mai cosa scrivere.
E comunque “In cattività” è un lavoro difficile, mica no. I Quintorigo son gente che sa il fatto suo, che suona e mescola jazz, classica, folk, soul, rock come un croupier fa con le sue carte; su un album come questo mica si può scherzare troppo. Anche perché quello che fatto da altri suonerebbe ridicolo in mano loro diventa possibile. Provateci voi ad imitare Tom Waits senza sembrare deficienti: John De Leo lo fa, e gli viene pure bene. Provateci voi a interpretare uno standard di Cole Porter come “Night and day” senza sembrare la versione sfigata della band di Norah Jones: loro lo fanno, e sono pure bravi. Forse – ma si tratta di gusti personali – qui dentro si potrebbe fare a meno del messaggio moraleggiante di “U.S.A. e getta”, critica al sistema economico in cui viviamo; meglio i pezzi più vivi e palpitanti, come “Neon-sun”, e meno politici. E, più in generale, meglio la musica dei testi (ma l’ego del cantante non permette agli altri componenti di intervenire sulle parole. Peccato).


(Paola Maraone)
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