«THE ART OF LOOSING - American Hi-Fi» la recensione di Rockol

American Hi-Fi - THE ART OF LOOSING - la recensione

Recensione del 09 apr 2003

La recensione

Più che "l'arte di perdere", gli American Hi-Fi sembrano interessati ad apprendere l'arte di vendere dischi, possibilmente una valanga. Questo album infatti è zeppo di ritornelli orecchiabili, slogan immediati e storie da teenager frustrati e moderatamente ribelli. Il suono è abbastanza aggressivo per suscitare commenti del tipo "wow man, this band rocks (oppure 'kicks ass')" ma senza nulla che offenda le orecchie e non sia già stato abbondantemente sperimentato. Diciamo una specie di Weezer corretti coi Green Day, o viceversa. La title-track chiarisce subito in apertura le regole del gioco: intro di batteria che ricorda Adam & the Ants ai tempi di "Kings of the wild frontier", riffaccio di due accordi, strofa affrontata con il giusto tono leggermente strafottente dal cantante Stacy Jones, ritornellone da cantare tutti in coro agitando il pugno, che attacca con "hey ho let's go" in omaggio ai Ramones e sfoggia anche un "1, 2 fuck you" che giustifica la consueta pecetta per avvertire i preoccupati genitori americani che sono in presenza di un disco in cui si fa uso di turpiloquio. Resta il dubbio se sia un tributo a "1,2 Crush on you" dei Clash o "1 2 X U" dei Wire. Il testo è un concentrato di ribellismo che si chiude con un'altra citazione, questa volta da "Kids in America" di Kim Wilde, e ci si chiede se sia un tentativo di inno per giovani provinciali insoddisfatti o una presa per i fondelli del cliché del perdente nato. Lo schema rimane pressoché identico per tutto l'album, che allinea una serie di pezzi costruiti su "power chords" e classica alternanza di strofe e ritornelli di presa immediata. Qualcuno poi è particolarmente riuscito, come quello di "Nothing left to lose". L'unica variante minima sono le chitarre acustiche che danno un tono più tranquillo alle strofe di "Save me" e "This is the sound". Quest'ultima, con qualche ritocco all'arrangiamento potrebbe anche essere una canzone degli Oasis. Jones si diverte a infilare nei testi nomi celebri (Jackie Chan e Jackson Browne in "Nothing left to lose") e in "The breakup song" chiede alla ormai ex fidanzata di restituirgli i suoi dischi: My Bloody Valentine, Pixies, Cheap Trick e "Back in black" degli AC/DC. Una collezione apprezzabile, alla quale va aggiunto anche "Revolver" dei Beatles, a giudicare dall'assolo di chitarra della conclusiva "Happy", che replica con discreta fedeltà quello di "Taxman" del quartetto di Liverpool. Non è uno di primo pelo (era il batterista delle Veruca Salt) e conosce i trucchi del mestiere. Se non si limitasse a cercare l'ovvio a tutti i costi, potrebbe anche dare soddisfazioni. Ma come spiegarlo ai suoi discografici?

(Paolo Giovanazzi)
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