«POP VILLA PAMPHILI - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - POP VILLA PAMPHILI - la recensione

Recensione del 10 apr 2003 a cura di Ivano Rebustini

La recensione

1969, Woodstock; 1970, Wight ; 1972… Villa Pamphili. Beh, non sarà proprio la stessa cosa, ma i cinquantamila che il 25, 26 e 27 maggio invasero pacificamente il parco romano hanno tutto il diritto di passare alla storia, o forse anche alla Storia, come testimoni oculari dell’“evento” (ma allora non si chiamavano ancora così) più importante organizzato in quegli anni nel nostro Paese. Trecento lire il prezzo del biglietto, otto ore di musica al giorno - dalle 16 alle 24 -, collegamenti in diretta con “Per voi giovani”, la trasmissione radiofonica ricordata con affetto e nostalgia da ogni muffoso che si rispetti, per un raduno musicale come non ce n’erano stati prima e non ce ne sarebbero stati dopo, con buona pace dei vari “Be in” di Napoli e “Parco Lambro” di Milano, noto anche col devastante appellativo di “Apocalisse del pop”.
Questo doppio cd, purtroppo, non ci restituisce quell’interminabile concerto al quale presero parte ospiti stranieri del livello di Van Der Graaf Generator, Hawkwind, e mettiamoci pure gli Hookfoot di Caleb Quaye, futuro pastore evangelico e primo chitarrista di Elton John. Ha però il pregio di proporci brani in studio di alcun gruppi che parteciparono alla tre giorni - Banco del mutuo soccorso e The Trip (vi aveva fatto una breve apparizione il futuro chitarrista dei Deep Purple Ritchie Blackmore), Osanna e New Trolls, Semiramis e Alluminogeni, Capitolo 6 (con i quali collaborava un certo Francesco De Gregori) e Fholks (prodotti da Maurizio Vandelli e Victor Sogliani dell’Equipe 84), Quella vecchia locanda e Raccomandata con ricevuta di ritorno -, insieme a pezzi (sempre rigorosamente non live) di band poco o niente conosciute che a torto o a ragione sono diventate nel tempo vero e proprio oggetto di culto, croce e delizia dei collezionisti di vinile tra i quali a pieno titolo va inserito Fernando Fratarcangeli, il direttore del mensile “Raro!” al quale si deve il progetto della compilation, arricchita da un booklet coi controcosi, che di ogni complesso (eh eh eh) fornisce formazione e discografia essenziale.
L’idea di fondo, che prende Villa Pamphili a puro pretesto, è offrire una panoramica il più possibile esauriente del prog italiano targato anni Settanta e delle sue origini: possiamo così ascoltare la Premiata Forneria Marconi (con “Impressioni di settembre” nella versione uscita su singolo) insieme ai Krel, vale a dire la Pfm senza Pagani (“Fin che le braccia diventino ali”, lato A dell’unico 45 giri pubblicato dagli ex Quelli), e agli Acqua fragile di Bernardo Lanzetti con “Morning comes”; i Fiori di campo del futuro chitarrista del Banco Marcello Todaro (“Fuori città”, cover di “The thoughts of Emerlist Davejack” dei Nice); le Orme di “Sguardo verso il cielo”; i Delirium di Ivano Fossati (con la troppo ovvia “Canto di osanna”, ma chi è senza peccato scagli la prima pietra). Rappresentate anche le contaminazioni con il jazz - “Fata Morgana” del Perigeo, “Campagna” di Napoli Centrale, “Eh eh ah ah” del Balletto di bronzo e la Stratos-ferica “Luglio, Agosto, Settembre (nero)” degli Area - e la classica, col Rovescio della medaglia (“La mia musica”, giustappunto da “Contaminazione”, uno dei tanti fratellini dati da Bacalov a “Concerto grosso” dei New Trolls, qui presenti a loro volta con la non memorabile “Autostrada”) e i Pierrot Lunaire di Arturo Stalteri e del compianto Gaio Chiocchio (“Ouverture XV”).
A completamento, una manciata di chicche (scusate il termine) e curiosità: “Fino a non poterne più” di Hunka Munka, pseudonimo di Roberto Carlotto, tastierista dell’Anonima sound di Ivan Graziani, un brano in puro stile Aphrodite’s child che vede il Nostro (celebre il coperchio del wc sulla copertina del suo album “Dedicato a Giovanna G.”) fare bravamente il verso a Demis Roussos; “Il prete e il peccatore”, undici minuti e 45 secondi (punti esclamativi a piacere) dei J.E.T. di Piero Cassano, lo scomparso Aldo Stellita e Carlo Marrale, futuri Matia Bazar (dove sarebbero stati raggiunti da Giancarlo Golzi, batterista del Museo Rosenbach de “L’ultimo uomo”); “Luna Park” dei già citati Semiramis, coi non ancora sanremesi Michele Zarrillo (chitarra e voce) e Giampiero Artegiani (chitarra e tastiere). E - rimandando alla tracklist per tutti gli altri - aggiungiamo pure “Il calore umano” del Volo, con Radius e Lorenzi ex Formula 3, Mario Lavezzi ex Camaleonti, Gianni Dall’Aglio ex Ribelli, più Bob Callero e “il maestro” Vince Tempera.
In conclusione, un bel regalo per chi aveva diciotto anni nel ’72 (sigh), ma anche uno strumento utile ai diciottenni di oggi per scoprire le radici del progressive made in Italy. E rendersi conto che (forse) si sta stava meglio quando si stava peggio.

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