«NEW EARTH MUD - Chris Robinson» la recensione di Rockol

Chris Robinson - NEW EARTH MUD - la recensione

Recensione del 12 mar 2003

La recensione

Eccolo, finalmente in circolazione anche in Italia (distribuito da Audioglobe), l’album solo di Chris Robinson uscito negli USA già lo scorso autunno: causa o effetto, non si capisce bene, del divorzio dal fratello Rich e dall’hard-rock-blues a tutto volume dei Black Crowes. Le immagini solarizzate in copertina e il nuovo look del Nostro – barba, occhiali, occhi socchiusi, aria dolcemente “stonata” – forniscono qualche indizio sulla svolta del vocalist, rock and roll star in esilio volontario sulla main street (come gli Stones di “Exile”, anche lui ha riparato in Francia: ai Gang Studios di Parigi). E infatti non ci sono tracce della ruggente musica da biker di “Lions” e del rock metallico dei Corvi Neri, in “New earth mud”. Vittima forse di una crisi di identità, Robinson ha rallentato il passo, e il suo album diventa un diario sonoro dall’umore pigro, solare ed intimista che ne replica le ben note ossessioni per gli anni ’70 ma da un’angolatura differente, cantautorale e neo-folkie (anche se del cantautore Robinson non ha lo spessore lirico e il vocabolario linguistico). Il cantante di Atlanta ha scritto e registrato le sue canzoni con un piccolo gruzzolo di amici – il pianista Matt Jones, Jeremy e Paul Stacey, anche co-produttore – puntando alla massima linearità espressiva, tra testi introspettivi che fanno spesso i conti con i “down” della vita da rockstar e musiche che recuperano il nitore di certo rock elettroacustico anni ’70, da una parte e dall’altra dell’Atlantico: gli Stones delle estenuate ballate acustiche in luogo di quelli dai riff incendiari; il Van Morrison del periodo americano e il giovane Rod Stewart di “Every picture tells a story” invece del torrido Southern rock alla Allman o alla Lynyrd Skynyrd dei dischi di gruppo.
Certi suoni, anzi, sembra quasi che l’ex frontman dei Crowes li abbia prelevati direttamente alla fonte, campionandoli dagli originali d’epoca: la chitarra elettrica in glissando di “Silver car”, per esempio, che è una replica perfetta dei Pink Floyd di “Dark side” e di “Breathe”. E’, quella, una delle tante, placide (e splendide) ballate che infarciscono la raccolta. Tra le migliori ci sono anche “Kids that ain’t got none” (chitarra vintage in vibrato, bella frase di pianoforte, solido impianto melodico: tutto perfetto) e “Barefoot under the cherry tree”, di nuovo i fantasmi di Rod the Mod e di Jagger che aleggiano su una ballad accorata e strappaapplausi a dispetto del tema risaputo (la ricerca di una semplicità perduta, lontano dal glamour). Ipnotici, tintinnanti arpeggi di chitarra avvolgono anche pezzi come “Fables” e “Katie dear” (canzone d’amore per la moglie-attrice Kate Hudson), occhi cisposi e mattutini che guardano da lontano il brulichio del mondo. “Safe in the arms of love”, eccellente rock ballad che apre le danze, potrebbe arrivare da una band dei Seventies come gli Spooky Tooth o gli Humble Pie, mentre la voce di Robinson – mai così controllata, il tono riflessivo delle canzoni che tiene a freno l’ugola senza rinunciare alla giusta dose di fuoco nelle vene – chiama paragoni con Van The Man in “Sunday sound” (che rievoca anche i Grateful Dead di “American beauty” e dintorni) e in “Untangle my mind”: un piccolo capolavoro, quest’ultima, in lento crescendo tra un riff acustico vagamente zeppeliniano, un sax romantico e umori deep soul che mettono i brividi.
Solo in un paio d’occasioni Robinson abbandona il suo eremo spirituale per rituffarsi nella giungla di suoni: “Ride” è un superfunk che paga rispettoso tributo alle colonne sonore “blaxploitation” anni ’70, a Sly e ai War; mentre “Could you really love me?” è forse il punto di contatto più evidente con la musica dei Crowes (ma anche, pericolosamente, con Lenny Kravitz: e non è un caso che si tratti del pezzo forse più debole in scaletta). Il resto è ancora in stile folk psichedelico con le chitarre, elettriche e acustiche, che tessono trame organiche e luccicanti (la neo-vetero-psichedelia di “Better than the sun”, l’aria madrigaleggiante e il canto sciamanico di “She’s on her way”) e la voce di Robinson a cercare sfumature inedite di “understatement” ed espressione minimalista. Baciato dai bagliori elettrici e da raggi di sole “che sembrano luci stroboscopiche”, l’ex Crowes ha scovato nell’isolamento la parte più luminosa di sé. Qualche fan della prima ora, in preda alla nostalgia, ha subito arricciato il naso: ma scommettiamo che, come dicono gli americani, negli anni a venire “New earth mud” diverrà un “minor classic”?
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

06. Fables
08. Barefoot under the cherry tree
10. Ride
12. She’s on her way
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