«BANCO DEL MUTUO SOCCORSO - Banco del Mutuo Soccorso» la recensione di Rockol

Banco del Mutuo Soccorso - BANCO DEL MUTUO SOCCORSO - la recensione

Recensione del 11 ago 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Dopo Coppi o Bartali, Rivera o Mazzola, Beatles o Rolling Stones, Uomini o Caporali e prima di Liscia o Gassata e Lunch o Brunch, nel 1972 gli italiani (beh, non proprio tutti) trovano il modo di dividersi per l’ennesima volta. Banco del mutuo soccorso o Premiata Forneria Marconi? “Il giardino del mago” o “Impressioni di settembre”? Di Giacomo o Mussida? Ricordi o Numero Uno? Un duello senza esclusione di colpi; non siamo ancora alla fine dell’anno, ed è già: “Darwin” o “Per un amico”?


Ma chi issiamo sul podio? Senza nulla togliere alla Premiata e ai suoi fans (nella recensione di “Storia di un minuto” leggere: “Senza nulla togliere al Banco e ai suoi fans”), dove lo trovate un cantante come Francesco Di Giacomo? Che se fosse stato un po’ più alto, un po’ più magro e un po’ più bello (anche se qui, effettivamente, è questione di gusti) sarebbe diventato magari Michele Zarrillo, ma per fortuna nostra e sua è invece rimasto Big, uno in grado di dominare qualsiasi edizione di “Vota la voce prog”, in Italia, all’estero e persino su Marte.
Ciò detto, il Banco - naturalmente - non è soltanto Di Giacomo, ugola in grado di emozionare sia che canti Nocenzi, sia che si cimenti con il Fado insieme a Eugenio Finardi, sia ancora che omaggi Léo Ferré ospite dei Têtes de Bois: in questo album d’esordio - schierata secondo un 2-2-1-1 che si trasforma in un 3-1-1-1 quando il quadrato chitarrista Marcello Todaro lascia il centrocampo e retrocede in difesa, per dar manforte all’onesta sezione ritmica formata dal bassista Renato D’Angelo e dal batterista Pier Luigi Calderoni - la formazione romana incanta grazie anche alla coppia formata dai fratelli Nocenzi, Vittorio (organo) e Gianni (pianoforte). Se il primo - fratellone - è un solido regista e il secondo - fratellino - un fantasioso rifinitore, entrambi possiedono la rara dote dell’ultimo passaggio, in grado di mettere spesso e volentieri Francesco in ottima posizione davanti al portiere, pardon, al pubblico. E quando la palla passa a Di Giacomo, solo omonimo del non eccelso centravanti che giocava nella prima Inter di Helenio Herrera, credete: è una gioia per tutti.
Se qualcuno avesse l’impressione che qui si stia un po’ menando il can per l’aia, avrebbe perfettamente ragione: ma in quale modo raccontare questo disco a quanti (ci sono, si sono) credono che il Banco del mutuo soccorso sia un ente che sostiene le persone in difficoltà, e a chi invece conosce questa pietra miliare del progressive italiano come le proprie tasche, e spiegarglielo equivarrebbe a illustrare la radio a Guglielmo Marconi? Facciamo così: voi superesperti fate finta di niente, e semmai riflettete su una cosa sola: l’accostamento tutto sommato inconsueto tra il Banco e non tanto i soliti mostri sacri della scena prog inglese, quanto i Procol Harum; se da un lato la formazione della band capitolina ricalca quella del gruppo di “A whiter shade of pale” (pur se i PH sono in cinque ed è il pianista Gary Brooker a cantare), dall’altro certi impasti sonori che vedono in primo piano le tastiere dei fratelli Nocenzi possono essere avvicinati senza paura agli intrecci tra il piano di Brooker e il maestoso Hammond suonato da Matthew Fisher (eventualmente tralasciando gli hit e in generale gli episodi più conosciuti).
E adesso veniamo ai niubbi. Cos’è il prog fatevelo spiegare dal vostro insegnante di musica (si scherza, si scherza…), cosa sia “Banco del mutuo soccorso” è presto detto: un rock mooolto italiano, oggi si direbbe mediterraneo, forte (o per qualcuno debole) di testi medievaleggianti, più o meno apocrifi (quell’Astolfo, quell’Ippogrifo…), che deve non poco alla musica classica, del resto preponderante nella formazione artistica dei due Nocenzi, e pure alla lirica. Il disco (curiosi e/o masochisti lo potranno riascoltare reinciso da capo a piedi insieme a “Darwin” nel doppio album “Da qui messere si domina la valle” del ’91) si compone di una suite sontuosa come “Il giardino del mago”, un paio di vorticosi brani ad alto minutaggio -“R.I.P. (Requiescant in pace)”, che in seguito Vittorio Nocenzi avrebbe definito “un inno antimilitarista contro la stupidità della guerra”, e “Metamorfosi” - e tre brevi episodi, complementari ma non troppo: l’introduzione “In volo”, con i recitativi di Vittorio e Francesco mutuati dall’”Orlando Furioso”; il delizioso “Passaggio” al clavicembalo di Nocenzi senior, con calpestio e rumori di fondo assortiti; la possente chiusa di “Traccia”.
Peccato che - ovviamente - nel passaggio dal vinile al cd non sia stato possibile (o meglio: l’avrebbero potuto fare, ma sarebbe costato troppo) riproporre l’originale, anzi originalissima copertina a salvadanaio. Anche se forse basterebbero un paio di forbici e uno stick di colla (oltre ad aver visto almeno una puntata di “Art attack”) per realizzare qualcosa di simile partendo dal booklet. A vostro rischio e pericolo.
 

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