«CERTE PICCOLE VOCI - Fiorella Mannoia» la recensione di Rockol

Fiorella Mannoia - CERTE PICCOLE VOCI - la recensione

Recensione del 13 feb 1999

La recensione

Allora, Fiorella Mannoia ha lungamente aspettato per un album live e - forse - ha fatto bene - visto che la classifica le ha dato ragione. Di certo, come ormai è una costante nei suoi progetti discografici, quello che era partito come un progetto sulla carta quasi elementare - scegliere delle registrazioni di un tour e sbatterle su un cd - sembrava essere diventato quasi la fabbrica di San Pietro. Nonostante Fiorella avesse più volte confermato la natura ‘singola’ di questo cd, alla fine "Certe piccole voci" è un doppio, e forse questo rende il passo un attimo più lungo della gamba. Spieghiamo: la Mannoia - donna splendida e simpaticissima - vive da tempo il suo successo con una duplice inclinazione: da un lato è ben attenta a non alienarsi le simpatie del pubblico conquistato a suon di cantautori, dall’altro qualcosa in lei vorrebbe ‘evadere’ da questa dorata routine e ‘impazzire’, regalando al pubblico un album imprevedibile, che non faccia dire "la solita Mannoia". Il risultato è che da circa tre album a questa parte si dice «questa volta è diverso, ha scelto altri collaboratori, altri cantautori che le scrivono i pezzi, sentirete che roba...» e invece poi ci si trova di fronte il solito disco, che la Mannoia rende della Mannoia anche un Daniele Silvestri doc o un Bersani d’annata. Bene, "Certe piccole voci" è ancora una volta figlio di questa voglia repressa di cambiare, e alla fine i 25 brani non fanno altro che allungare il brodo di quello che sarebbe potuto essere uno splendido cd singolo. Andiamo nel dettaglio: si parte con "L’amore con l’amore si paga", un inedito di Fossati francamente inutile, come le sue ultime canzoni per Fiorella (fa eccezione "I treni a vapore"); "Sally" di Vasco Rossi è un autogol clamoroso; fatto per amore, magari, ma Vasco è incoverabile, soprattutto dalla Mannoia, che da lui sembra distante anni luce. "I treni a vapore" è un grande momento, "Il fiume e la nebbia" mestiere (sia di Silvestri, che l’ha scritta, che di lei che la canta), "Non sono un cantautore" onesta, "Cuore di cane" una palla firmata De Gregori, "Normandia" molto bella (che le cose migliori ultimamente le scriva il suo uomo e chitarrista Piero Fabrizi?), "Belle speranze" ottima, "Oh che sarà" un tributo al Brasile di Chico Buarque, "Il culo del mondo" un omaggio meno riuscito a quello di Veloso, "Caterina e il coraggio" noiosa, "Passalento" un bel pezzo di Fossati (da "Discanto"). E qui si chiude il primo cd. Il secondo CD si apre con "Le notti di maggio", ancora un classico, ancora Fossati; poi "Sorvolando Eilat" - buona - "Lunaspina" - noia - e "La stagione dell’amore" - Battiato, buona. "Il tempo non torna più" ci offre la Mannoia migliore, a suo agio nei mezzi tempi, "I dubbi dell’amore" è un capolavoro, "I muscoli del capitano" tanto retorica quanto asciutta nell’originale di De Gregori, "Ninetto e la colonia" recupera punti prima che "Il cielo d’Irlanda" lasci esplodere tutta la gioia di Fiorella. Il finale è la cosa migliore del cd, lasciato a tre pezzi come "Crazy boy" - testo di Bersani, musica di Fabrizi - "Quello che le donne non dicono" - capolavoro firmato Ruggeri - e "Ascolta l’infinito" - idem come sopra, con un altro testo da brivido. Insomma, di 25 canzoni, quelle irrinunciabili sono una quindicina: e averle in un cd sarebbe stato un bel colpaccio. Così ad avere la meglio è invece la voglia di farsi una cassetta con le cose migliori. È proprio così difficile avere ogni tanto il senso della misura?
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