«THROUGH THE LOOKING GLASS - Toto» la recensione di Rockol

Toto - THROUGH THE LOOKING GLASS - la recensione

Recensione del 18 dic 2002 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Si scusano i Toto, per aver osato “violare” l’empireo pop-rock nel loro primo disco di cover pronto a planare sul mercato natalizio. Ma chi gli crede? I cinque sono vecchi marpioni del music business, macinatori onnivori di ogni commestibile genere musicale, uomini di mondo in grado di destreggiarsi in qualunque situazione e contesto sonoro. E nel ripercorrere il catalogo storico di “Through the looking glass” sfoggiano una volta ancora la loro consumata perizia da capitani di lungo corso: cavandosela con disinvoltura al cospetto di un repertorio che farebbe magari venire il mal di mare a colleghi meno rodati. Invece Steve Lukather, Mike Porcaro e compagni non hanno problemi di adattamento, si tratti di cimentarsi con il reggae, la fusion o il power pop, né tremano al cospetto di firme come quelle di Bob Dylan, Bob Marley, George Harrison, Elvis Costello, Elton John o Whitfield-Strong, coppia DOC della Motown. Li affrontano tutti in scioltezza, con lo stesso atteggiamento “easy”, da californiani DOC, che ne ha sempre contraddistinto lo spirito e la carriera (tragedie personali a parte: la morte del batterista Jeff Porcaro, dieci anni fa).
E proprio questo – almeno per chi alla musica chiede un po’ d’anima, sudore e lacrime – può essere il problema. Se ci si accontenta di caramelle zuccherate e facilmente digeribili, tutto bene: esecuzioni scintillanti e assoli sciabolanti (la chitarra di Lukather, non a caso uno dei session men più richiesti al mondo, galoppa a briglie sciolte in “Bodhisattva” degli Steely Dan) in questo disco non mancano, e il gioco di squadra sfoggia automatismi da nazionale di football brasiliana.. Come certi calciatori carioca, però, anche i cinque Toto sembrano a volte un po’ leziosi e inconcludenti, soprattutto quando decidono di giocare in contropiede prendendo le distanze dagli arrangiamenti originali delle canzoni. Non convincono, per esempio, gli esili loop elettronici appiccicati a “While my guitar gently weeps”, né la glassa patinata spalmata sul celeberrimo traditional “House of the rising sun”, che fa sembrare tuttora rivoluzionaria la versione anni ’60 degli Animals di Eric Burdon. Al contrario, la solidissima congrega di musicisti se la cava bene quanto più tiene a freno l’immaginazione e la voglia di modernizzare il suono a tutti i costi. Con il reggae new wave di Elvis Costello - “Watching the detectives” è molto simile all’originale datato 1977 dell’occhialuto londinese - le cose vanno meglio che al cospetto del “king” Marley (“Could you be loved”, cui non basta il toasting dell’ospite anglo-giamaicano Tippa Irie): il fatto è che nessun bianco sa far dondolare i ritmi in levare come un cittadino di Kingston, né può sperare di soffiare nel funk o nel soul la sensualità di un vocalist di pelle nera (i Toto cercano di aggirare il problema virando in chiave rock lo Stevie Wonder di “Living for the city” e i Temptations di “I can’t get next to you”). Funzionano meglio i singoli momenti strumentali, insomma, del quadro d’insieme: il piano di David Paich che danza elegante sulla fusion morbida e ipnotica di Herbie Hancock (“Maiden voyage/Butterfly”); ancora la chitarra di Lukather, che viaggia sicura sui binari rock blues di “Sunshine of your love” (Cream, con una citazione di “White room”). Ah, c’è anche un immancabile Dylan (“It takes a lot to laugh, it takes a train to cry”), registrato – o almeno così sembrerebbe - dal vivo. Non passerà alla storia neanche quello: ma farà il suo dovere in qualche party natalizio o sul CD player dell’auto. Anche se non si ha sotto il sedere un Ferrari testarossa con cui sfrecciare sui boulevard di Los Angeles.

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