«TRAVELOGUE - Joni Mitchell» la recensione di Rockol

Joni Mitchell - TRAVELOGUE - la recensione

Recensione del 26 nov 2002

La recensione

Joni Mitchell mantiene le distanze. Dall’industria discografica (su cui sputa sentenze al vetriolo). Dalle pop star in auge (per cui manifesta massimo disprezzo). Dal pubblico (da cui non cerca apprezzamenti a tutti i costi). Forse anche da se stessa. Da quella parte di sé, almeno, che alcuni, o molti, di noi hanno svisceratamente amato in passato, immaginandola seduta dietro il pianoforte a coda di “Blue” o ricordandola sul palco – anche in Italia, nel lontanissimo 1983 – con una chitarra semiacustica a tracolla mentre sparisce nella penombra tra gli accordi di “Woodstock”.
Com’è ormai consuetudine, anche il nuovo, doppio (e ultimo, se i suoi proclami avranno conferma) album è accompagnato da riproduzioni delle sue amate tele, sul libretto e nella traccia multimediale contenuta nel primo CD. Tanti autoritratti, come al solito, ma anche dipinti ispirati alla tragedia delle torri e i volti di Bush, Colin Powell e Bin Laden: segno che l’algida ex signora dei canyon, come tutti, è stata toccata nel profondo dalla tragedia americana. Eppure ad ascoltare “Travelogue”, dove la luna di miele con la grande orchestra iniziata due anni fa con “Both sides, now” si allunga sull’intero catalogo mitchelliano, ci si sente catapultati in epoche più eleganti e meno caotiche di questa, o su una nuvola soffice lontana dalle brutture del mondo. Come in quelle foto del pianeta terra scattate di ritorno dalla luna in cui (sono gli ultimi versi di “Refuge of the roads”, uno dei pezzi qui rivisitati), “non riesci a vedere una città su quella marmorea palla da bowling/una foresta o un’autostrada/né me, tantomeno”.
Joni sa di avere in mano un repertorio straordinario di canzoni che vuole, giustamente, consegnare all’immortalità. Ma in questa sua smania di aureo classicismo rischia a volte di imbalsamarne i palpiti più vitali e sinceri. Intendiamoci: la grande canadese ha la statura artistica, la duttilità vocale e la raffinata complessità di scrittura per giocare con i fantasmi di Hoagy Carmichael, Glenn Miller e Dinah Washington (tra i tanti che possono venire in mente). E sono inarrivabili, come sempre, i suoi tradizionali compagni di pennello, le spazzole di Brian Blade, i tasti di Herbie Hancock, le ance di Wayne Shorter, di Kenny Wheeler e di Plas Johnson, le corde di Larry Klein (ex marito, co-produttore e direttore musicale del progetto): che però faticano, anche loro, ad emergere da partiture orchestrali che mentre allargano l’orizzonte panoramico delle canzoni gli tolgono anche quella fragilità inquieta che era uno dei motivi del loro fascino originale. A volte, nel cambio, ci si perde decisamente (troppo ingombrante quel coro in controcanto a “The sire of sorrow”). In altri momenti (in una “For the roses” quasi irriconoscibile, negli ariosi estratti dal bellissimo “Hejira”) sembra invece di cogliere il senso dell’operazione: la grandeur dell’orchestra diretta da Vince Mendoza sembra suggerire una mappa geografica e psicologica dell’American way of life, evocando l’epicità sinfonica di Aaron Copland, le illustrazioni su tela di Rockwell ed Hopper, le atmosfere da giallo hard boiled losangeleno (tra le pieghe notturne di “Just like this train” e “Trouble child”, con i sax che vagano in piena libertà). Come se la Mitchell, regina riconosciuta dell’introspezione in musica, volesse oggi proiettarsi sempre di più all’esterno, sugli scenari grandiosi del panorama e del sogno (infranto?) americano.
A volte, come il Dylan degli ultimi tempi, sembra divertirsi a sfilacciare il tessuto melodico e il fraseggio dei suoi pezzi più belli (ha ormai poco di ingenuo e di infantile la deliziosa cantilena di “The circle game”). Altre, e sono tra i momenti più convincenti, torna ad indossare i panni di sophisticated lady del jazz in cui si trova a suo agio dai tempi di “Mingus” (ed ecco impeccabili, sciccosissime riletture di “Be cool”, “You dream flat tires” e “God must be a boogie man”). L’effetto più straniante si raggiunge proprio con “Woodstock”: in un profluvio di archi ed ottoni i tre giorni di pace, amore e musica che avrebbero dovuto cambiare il mondo sembrano ormai una cartolina ingiallita, per chi li ha vissuti o soltanto fantasticati (come Joni, che su quel palco non riuscì a salire). Ma l’immortalità della canzone è assicurata, per chi ancora nell’anno di grazia 2002 sogna di vedere “i bombardieri trasformarsi in farfalle sulla nostra nazione”.

(Alfredo Marziano)
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