«HUMAN CONDITIONS - Richard Ashcroft» la recensione di Rockol

Richard Ashcroft - HUMAN CONDITIONS - la recensione

Recensione del 22 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Per ascoltare in streaming "Nature is the law", il brano di “Human conditions” con Brian Wilson, e guardare la videointervista a Richard Ashcroft clicca qui.

Richard Ashcroft non è certo una persona a cui difetta l’ambizione. Fin da quando decise –in modo forse presuntuoso – di intitolare “Urban hymns” quello che sarebbe rimasto l’ultimo disco dei Verve. La storia gli diede ragione: quelle canzoni effettivamente divennero degli inni. Un problema simile si pone per questo “Human conditions”, seconda prova solista dell’ex leader dei Verve a due anni da “Alone with everybody”. Ovvero le “Condizioni umane”, un titolo filosofico, derivato dalla letteratura francese e da Jean Cocteau. Forse ha ragione lo stesso Ashcroft quando dice, come ci ha spiegato nell’intervista pubblicata da Rockol qualche giorno fa, che è meglio che sia il tempo a giudicare.
Comunque sia, anche “Human conditions” è un disco ambizioso. Non tanto o non solo per il titolo e per le tematiche esistenziali/spirituali che permeano le canzoni (qualche titolo: “Dio nei numeri”, “La natura è la legge”, “Signore, ci ho provato”). Quanto per un tentativo più ampio e musicale di trovare una forma-canzone contemporaneamente attuale e inattuale, derivativa e personale.
In altre parole, Ashcroft cerca, in questo album, di rivisitare la sua storia, aggiornandola, aprendola a nuove idee. Non sono rinnegate due delle fonti principali dei Verve e dell’Ashcroft solista, gli Stones più melodici e i Beach Boys. Anzi, proprio la presenza di Brian Wilson in “Nature is the law” dà vita al capolavoro dell’album: una canzone orchestrata con voci e archi in modo davvero imponente. Ashcroft non fa il verso al gruppo californiano, in questo brano come nel resto del disco. Sicuramente cerca di metterne in pratica la lezione, con arrangiamenti complessi, che integrano melodie pop-rock di ottima fattura. Ecco, forse questa scelta “orchestrale” di fondo rende “Human conditions” un disco non molto immediato. Ma quando Ashcroft mette pienamente a fuoco questo metodo di scrittura, fa scintille: gli 8 minuti di “Check the meaning” volano via in un attimo e si ha voglia di ripartire immediatamente da capo.
Non tutto il disco è a questi livelli “massimi”: ma l’ambizione di Ashcroft è più che giustificata, al di là di questi due brani capolavoro. “God in the numbers” è un brano quasi sussurato, ipnotico, “Science of silence” ha un bel giro d’archi e una melodia che lo candidano a singolo; e, in quanto a belle melodie, Ashcroft si ripete nella canzone successiva, “Man on a mission”. In definitiva, “Human conditions” è la prova di un autore grande proprio perché anche inattuale: uno fuori dalle mode, che ha il coraggio di rischiare, magari anche a costo di sembrare arrogante o rimanere incompreso. L’atteggiamento che dovrebbe avere ogni vero artista.

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