«THE RAGPICKER'S DREAM - Mark Knopfler» la recensione di Rockol

Mark Knopfler - THE RAGPICKER'S DREAM - la recensione

Recensione del 24 ott 2002

La recensione

Anche se volessero, inglesi e americani non potrebbero mai smettere di guardarsi in faccia. I loro governanti la pensano spesso allo stesso modo (come i Bush e i Blair di questi giorni, fratelli di sangue nella campagna anti-Saddam). E i loro popoli, questione di ceppo comune, non possono fare a meno di subire il fascino delle rispettive icone culturali, anche quando le trattano con un sussiego di facciata. Pensate al passato: Cliff Richard che scimmiotta Elvis, gli Stones, i John Mayall e gli Zeppelin che saccheggiano benevolmente i padri del blues. E dall’altra parte dell’oceano gli yankee che impazziscono per i Beatles soggiacendo a varie ondate, anche recenti, di British Invasion.
Pensate, ora, ad un maturo cantautore e musicista come Mark Knopfler: che all’America dei “radio days” e dei “freak shows”, della classe lavoratrice e della mobilità senza requie torna oggi che, raggiunta la mezza età e consolidata una condizione di tranquillità esistenziale, ama coltivare con dedizione i suoi miti giovanili. “The ragpicker’s dream”, il suo nuovo album, è uno di quei dischi che verrebbe voglia di etichettare frettolosamente sotto il genere “Americana”, zeppi come sono di suoni, simboli e immagini pescati dalla tradizione USA. Solo che Knopfler è British (nativo di Glasgow), e si sente. E anche quando parlano di lotta per la sopravvivenza, di cantieri e di ferrovie, di fango e di terra sporca, le sue canzoni conservano un understatement tutto anglosassone e un’eleganza in punta di dita che certo non sono nelle corde dei giovani cantori dell’alternative country. Non che sia sempre un male, però, perché le tonalità color seppia di queste levigate cartoline musicali non stridono – salvo qualche eccesso lezioso - con lo spirito e la sostanza delle piccole storie umane a cui fanno da sfondo: come vecchie foto che di un passato anche doloroso rievocano l’alone nostalgico e romantico piuttosto che i risvolti più sgradevoli e meno epici.
La nuova Martin acustica costruitagli su misura spinge Knopfler su sentieri più intimisti e meno rockeggianti che in passato, dandogli agio di muoversi a passi felpati tra gli sgranati suoni old fashioned di “Quality shoes” e della title track, il western swing filologico di “Daddy’s gone to Knoxville” (omaggio dichiarato al maestro scomparso Chet Atkins), il fingerpicking evocativo di “Marbletown” e “Hill farmer’s blues” o il road-blues rugginoso di “Fare thee well Northumberland”, con tanto di armonica in genuino stile “down home”: lì musiche e parole rimandano sì all’etica e all’estetica tutte americane del viaggio e dell’esilio forzato dalle necessità, ma con un’ambientazione autobiografica (il fiume Tyne, Newcastle) che rimette in circolo l’ennesimo gioco di rimandi tra l’uno e l’altro Continente. Esattamente lo stesso accade nel pezzo di apertura, “Why aye man”, suggestivo flashback storico sui lavoratori inglesi costretti ad emigrare per fame in Germania, dove Knopfler sfodera le qualità “cinematografiche” rodate in tante colonne sonore e uno dei pochi sfoghi di chitarra elettrica del disco (un altro, con tanto di liquido timbro alla Shadows, arriva in fondo a “You don’t know you’re born”: ma il ritmo uptempo e il ritornello pop faticano un po’ a trovare collocazione nel contesto dell’album).
In tanto guardare indietro Knopfler, sempre ricercato nel linguaggio testuale e con il physique du role (e la voce) del cantastorie, non trascura il presente: le storie di gente comune, ci suggerisce, sono fatte oggi come allora di fatica, sudore e lacrime. E i vecchi fenomeni da baraccone si riciclano, stavolta del tutto consenzienti, nei trash show televisivi di questi giorni (bersaglio anche dell’ultimo Peter Gabriel: solo che in “Devil baby” Knopfler fa nome e cognome, il conduttore americano Jerry Springer).
A scanso di equivoci: i Dire Straits sono sempre più lontani, nello stile e nei pensieri del songwriter e chitarrista di origine scozzese. E se non tutti i vecchi fan digeriranno il tono uniformemente sommesso e il registro in sordina di queste nuove canzoni, chi ama i suoni acustici, la roots music e le storie ben raccontate presterà attenzione alle nuove avventure dell’autore di “Sultans of swing”.

(Alfredo Marziano)
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