«U.D.S. - L'UOMO DELLA STRADA - Piero Pelù» la recensione di Rockol

Piero Pelù - U.D.S. - L'UOMO DELLA STRADA - la recensione

Recensione del 21 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Sappiamo di dire una banalità affermando che Piero Pelù o lo si ama o lo si odia. E non vi stupiremo neanche se vi diciamo che la sua seconda opera solista “U.D.S.” non farà cambiare idea a nessuno sul suo conto. Anzi, probabilmente rafforzerà le idee e, in alcuni casi, i pregiudizi.
Perché “U.D.S.” è un disco il cui maggior pregio è di mostrare Pelù per quello che è: nelle 12 canzoni, dice quello che pensa, suona e canta come sa. A costo di irritare, o forse proprio per provocare.
Tentando di descrivere questa prova nel modo più neutro possibile, bisogna mettere in evidenza tre elementi: una virata (un ritorno?) verso suoni più rock rispetto alle ultime prove. Una tendenza ad usare coloriture elettroniche, in alcuni casi anche sovraccaricando di suoni i brani. Infine, una grande attenzione a temi sociali e politici, come lo stesso Pelù ci ha raccontato nell’intervista recentemente pubblicata da Rockol.
Il primo e il secondo punto sono quelli più intrecciati: le canzoni di “U.D.S.” che funzionano di più sono quelle in cui il suono della chitarra è più pulito e secco: dal bel duetto con Anggun in “Amore immaginato” ad “A la vida” sentiamo un Pelù che ha ritrovato il gusto del rock, peraltro senza fare il verso al passato. Bellissima –perché originale- la cover rock di “The girl from Ipanema” e bello anche il riff dell’iniziale di “Stesso futuro”, che sa di Clash. Ma che poi si perde in una serie di sovrastrutture musicali che, in questo brano come in altri momenti del disco, prendono troppo il sopravvento. Questo ci porta al secondo punto: l’obiettivo di Pelù è un “med-rock”, che coniughi le influenze nostrane con le atmosfere anglosassoni. Troppo spesso questo obiettivo viene perseguito con canzoni troppo sature di sfumature e idee, che perdono in spontaneità. Il singolo “Bene bene male male” ne è forse la prova più evidente.
Quanto ai temi del disco, vi rimandiamo nuovamente all’intervista di Rockol: non è questa la sede per discutere le tante questioni messe in gioco da Pelù. Che, per la cronaca, è più che esplicito nelle sue parole, fin dall’iniziale “Stesso futuro” alla finale “Pappagalli verdi”, trasposizione in musica di un brano scritto dal fondatore di Emergency Gino Strada, in cui vengono denunciati gli orrori della guerra.
Il Pelù odierno, per certi versi, ricorda Jovanotti: stesso impegno, stessa voglia di sperimentare (anche se ovviamente in tutt’altro campo musicale), stessa tendenza a mettere troppa carne al fuoco. Ovvero: un passo avanti e uno indietro.

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