«UN GELATO AL LIMON - Paolo Conte» la recensione di Rockol

Paolo Conte - UN GELATO AL LIMON - la recensione

Recensione del 06 set 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

È il 1979: Paolo Conte prende il coraggio a due mani e un pianoforte, e dopo un paio di album omonimi - usciti nel ’74 e nel ‘75 - licenzia finalmente un ellepi dotato di un vero titolo, pur se ripreso da quello di una delle sue canzoni più famose, ivi contenuta: “Un gelato al limon”, prestata nello stesso periodo a Lucio Dalla e Francesco De Gregori, che ne avrebbero fatto uno dei manifesti meglio riusciti del loro fortunatissimo tour “Banana republic”. E ci mette per la prima volta la faccia sulla copertina, il curatore fallimentare astigiano: occhi tristi e naso allegro, tutto il contrario del suo “Bartali”. Sul retro, divisi da una parata di superalcolici, un uomo che ha tutta l’aria di avere la testa a una causa civile e una donna la cui insoddisfazione si direbbe profonda come e più del pur generoso décolleté. Sembrano ascoltare le dieci canzoni di questo disco. Ma forse le stanno davvero ascoltando…


(Lei: “Questo Conte ha ragione, d’inverno è meglio, la donna è tutta più segreta e sola”). (Lui: “Questo Conte ha ragione, d’inverno è meglio, la donna è tutta più morbida e pelosa”).
Ma anche afgana , algebrica e pensosa è “La donna d’inverno”, e fin dalle prime note di piano, fin dai primi versi ci ritroviamo immersi nella poetica contiana (poco dopo, insieme ai fiati, sarà la volta del sofà e del taffettà). C’è chi lega questo album, in una mai ammessa trilogia, ai successivi “Paris milonga” e “Appunti di viaggio”; chi invece preferisce vederlo come il terzo capitolo del timido percorso tutto interno agli anni Settanta aperto dal primo “Conte”. Ma una volta tanto la verità sta forse nel deprecato mezzo: possiamo vedere il “Gelato” - che annovera tra i musicisti due Pfm e mezzo, Franco Mussida, Patrick Djivas e Walter Calloni, in procinto di entrare nella band - come uno spartiacque tra lo schivo autore tirato per i capelli dei primi due dischi, spesso e volentieri tormentato da un imbarazzante falsetto, e l’interprete ormai navigato degli altri due. E adesso lanciamoci all’inseguimento di “Bartali”…
(Lui: “Ma non era Fausto Coppi quello nato vicino ad Asti?”). (Lei: “Forse ho voglia di far la pipì”).
La divertente marcetta - fra i brani più noti del cantautore piemontese e il solo di questo disco, insieme alla title track, a essere inserito nella raccolta “The Best” - fu ripresa da Bruno Lauzi e soprattutto da Jannacci. Pare proprio che il vecchio campione preferisse la versione del cantamedico, e una volta l’abbia detto a Conte, non senza protestare per l’onore, sì, insomma, il naso ferito: “Te, ti sei visto, che nappa ti ritrovi?”.
“Arte” sembra, o forse è, una canzone francese che sarebbe bello, prima o poi, ascoltare da Patty Pravo, se mai l’avvocato le lascerà ancora cantare qualcosa di suo (Lui: beve un whisky).
(Lei: una lacrima le scivola in mezzo ai seni).
“Angiolino”, sottolineato dal suono beffardo del kazoo nel quale Conte soffia tutto il suo humour, è il tenero ritratto di un uomo “con gli occhi da aquilotto” e una moglie “tutta bionda e tutta bella”, e ricorda alla lontana la toccante “Mario” di Pino Donaggio, anche questa più nota nella cover di Enzo Jannacci.
(Lui: beve un secondo whisky). (Lei: sorride).
“Dal loggione” - accompagnata dal coro femminile di Carimate, qualche vocalizzo alla Elio e un pianino della serie “Oggi le comiche” - è un atto d’amore non tanto nei confronti della musica che pure “ti va fin dentro all’anima”, quanto di una donna spiata dall’alto, “bella che tuo marito ne è superbo”.
(Lei: “Un lampo di follia, proprio quello che ci vorrebbe”). (Lui: “Non l’accompagnerò più al Teatro Comunale”).
“Un gelato al limon”, che merita mezzo punto in più per quel “limon” così musicale, ha qualcosa di “Azzurro” e qualcos’altro di “Tripoli ‘69”; titolo e refrain ingannevolmente leggeri sgravano un testo che così leggero non è (Lei: “Magari la notte calda mi sciogliesse come un gelato al limon”). (Lui: pensa di scolarsi un terzo whisky). E se la deliziosa fisarmonica di “Blue tangos” e “Sud America” anticipa gli “Appunti di viaggio”, il malinconico ”Uomo camion” s’inserisce di diritto nella galleria contiana dei grandi ritratti ambulanti
(Lei: “Sì, dondolami tra notti e ghiacci”). (Lui: “Un uomo camion vive ancora in me… eh eh eh”).
Non poteva finire che in un “Rebus”, dove possiamo giocare al gioco dei visionari e chiederci chi potrebbe mai essere quel signore che affitta le barche ed è anche “il padrone di tutti i caffè”.
(Lei: “Si è fatto tardi, adesso gli dico che voglio andare a casa”). (Lui: “Si è fatto tardi, adesso le chiedo se vuole andare a casa”).

 

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